Custode della propria umanità

 di Dino Dozzi
Direttore di MC

 «Cosa faremmo, oggi, se Francesco d'Assisi bussasse alla nostra porta? Probabilmente non lo lasceremmo entrare, così come non capiremmo la sua scelta di seguire l'esempio di Cristo deviando dallo status quo, dall'accumulo del possesso, dalla protesta sterile». Così scriveva Carlo Bo una cinquantina di anni fa. L’ipotesi resta valida anche oggi, nell’ottavo centenario della sua morte, anno francescano, che vede una miriade di articoli, libri, canzoni, spettacoli su san Francesco, favoriti anche da quel Papa che ha avuto per primo il coraggio di assumerne il nome e che ha tentato di riproporne l’esempio alla Chiesa e al mondo di oggi. San Francesco dunque bussa alla nostra porta, ma le guerre che si moltiplicano, la violenza che dilaga, l’indifferenza che sta anestetizzando le coscienze ci dicono che, pur invadendo Assisi per venerare le spoglie mortali del Santo, lo teniamo fuori dalla nostra porta e dalle nostre scelte di vita.
Perfino padre Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, ha dedicato le quattro prediche quaresimali all’esempio di san Francesco: la conversione come cammino di umiltà, la fraternità come luogo in cui quella conversione prende forma, la missione come povertà disarmata, la morte come sorella. È da quest’ultima predica che prendo qualche spunto. Nei mesi che precedono la morte, Francesco impara la cosa più difficile, impara a mendicare. Non il pane – quello lo aveva sempre saputo chiedere – ma impara a ricevere. Lo troviamo addirittura ospitato nel palazzo del vescovo per ricevere le cure di cui “fratello corpo” ha bisogno. Solo quando gli viene detto dal medico che la morte è imminente, chiede di essere portato a Santa Maria degli Angeli, il luogo che gli è più caro, per accogliere “sorella morte” come si conviene.
Le biografie ufficiali narrano la morte di Francesco in modi diversi: tutto ciò che rimandava a un uomo bisognoso viene attenuato o lasciato sullo sfondo, per far emergere la figura del santo, dell’eroe cristiano, del testimone esemplare della perfezione evangelica (cfr. FF 1386). Ma alcuni particolari superano la censura. Francesco, circondato dai frati, sta per morire e manda a chiamare la sua grande amica Jacopa dei Settesogli, chiedendole di portare la stoffa con cui avvolgere poi il suo cadavere, e anche quei dolcetti che gli  piacevano tanto (FF 1548). Equivale a consegnare il suo corpo a questa donna ed equivale a riconoscere che oltre al santo viatico questo strano santo chiede di avere anche qualcosa di dolce da mettere in bocca per l’ultima volta. Ha bisogno di Dio, ma non  si vergogna di dire che ha bisogno anche di amicizia, di affetto, di dolcezza.
Ed è talmente libero che non si vergogna di farsi spogliare e di farsi mettere “nudo sulla nuda terra”, la “madre terra” del Cantico delle creature per accogliere “sorella morte”. Ha recuperato l’innocenza e la libertà paradisiaca: non ha né paura né vergogna, può allargare le braccia, indifeso e accogliente. È la conclusione di un cammino; aveva attraversato molte identità: il figlio del mercante, il giovane ambizioso, il cavaliere mancato, il convertito, il fondatore, il predicatore, il malato, perfino l’uomo ferito e frainteso. Ora, nudo sulla nuda terra, è solo l’essenziale, una creatura in mezzo ad altre creature, in pace davanti al suo Creatore, bisognoso di tutto e pronto a ricevere tutto con gratitudine.
La Chiesa lo riconosce santo non anzitutto per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha saputo diventare: ha custodito la sua umanità fino in fondo, senza nasconderla e senza irrigidirla. Ha imparato ad accettare la propria fragilità, a vivere come figlio e come fratello, senza vergognarsi della propria piccolezza, ma mettendola generosamente a servizio della Chiesa e del mondo, senza calcolo e senza difese. Sono andato anch’io con i volontari del Festival Francescano a vedere quelle piccole ossa di san Francesco e anche a me è venuto da pensare: ma guarda quanto era piccolo questo grande uomo! Colpisce il  contrasto tra la piccolezza di quello scheletro e la grandezza della vita di quell’uomo, il contrasto tra l’umiltà che scelse e i risultati grandiosi che ottenne, il contrasto tra la violenza che dominava le relazioni familiari e sociali del suo tempo e la fraternità con tutti e con tutto che lui ricercava.
«Quella di Francesco è e resta la proposta di una presenza, di un modo di essere, di pensare e di sentire che per restare fedele a se stesso e al proprio modello può aspirare solo a continuare ad essere tale, sfuggendo ad ogni ricerca di successo e lasciando a Dio e alla grazia di operare e di incidere. L’apologo della Vera e perfetta letizia esprime con chiarezza tale condizione. […] Francesco non è un riformatore né della Chiesa né della società, e non è nemmeno un contestatore. Lo fosse stato o lo fosse divenuto avrebbe smentito la sua scelta e la sua intuizione di fondo. Suggerisce una strada diversa: quell’essere nel proprio tempo, ma non del proprio tempo che rappresenta il paradosso e il segno distintivo di ricorrenti esperienze cristiane. Fu alla base della forza, del fascino e della freschezza dei Minori…». Così scriveva Giovanni Miccoli vent’anni fa.
Che fare, dunque, in questo anno in cui tanto si parla di san Francesco? Potremmo aprirgli la porta (tanto per smentire Carlo Bo), ma attenti… perché poi (come dice Giovanni Miccoli) dovremmo smettere di accusare e contestare gli altri e metterci umilmente e serenamente a costruire una pace disarmata e disarmante. Cosa non facilissima, nella generale corsa al riarmo e nella ricerca di rapidi risultati sul campo. La lode a Dio per “sorella morte” è preceduta dalla lode a Dio per quelli che “perdonano per lo tuo amore” e per questo sostengono infermità e tribolazioni. Questi meritano il Nobel della pace.

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