La ricetta della vita
di Dino Dozzi
Direttore di MC
Vorrei augurare qui ai lettori buona Pasqua, che significa buon passaggio dalla morte alla vita. Mi servirò del Cantico delle creature di san Francesco, che non è solo una straordinaria pagina di fede, di preghiera e di poesia – la prima in italiano – ma anche il primo manuale pratico sulla vita del nostro pianeta. Parola di Stefano Mancuso (Il cantico della terra, Laterza 2025) a cui cedo volentieri la parola costruendo qui una rapida sintesi che evita il virgolettato ma che deve tutto a lui. Il suo è un approccio nuovo e originale: è l’approccio di uno scienziato ad un testo poetico. Mancuso ce lo aveva anticipato in Piazza Maggiore al Festival Francescano 2025, con l’entusiasmo di chi sa di avere scoperto un tesoro.
Messor lo frate sole è la fonte di energia: è solo grazie a lui che la vita ha potuto svilupparsi e può mantenersi sul nostro pianeta. Le piante, con quel miracolo che è la fotosintesi, trasformano la luce in cibo. Sora luna mantiene l’inclinazione dell’asse terrestre che permette la vita sul nostro pianeta. Frate vento, l’aria, l’atmosfera ci proteggono dai raggi troppo intensi provenienti dal sole. Sora acqua è condizione necessaria anche se non sufficiente per la vita. Frate focu permise sicurezza dagli animali feroci, calore e avviò la nascita della civiltà. Sora nostra matre terra ci dà ogni alimento e ogni materiale che ci permette di vivere. In questo testo di ottocento anni fa troviamo la sequenza necessaria a creare e mantenere la vita: il sole, la luna, l’atmosfera, l’acqua, il fuoco, il suolo, le piante sono beni comuni della vita di tutti, da usare in modo povero – direbbero i francescani – trattandosi di cose non proprie.
Nel lungo elenco delle realtà necessarie alla vita e per le quali lodare il Signore fanno meraviglia, nel Cantico, le ultime due: quelli che perdonano e sora nostra morte corporale. Possibile che anche queste siano necessarie alla vita? È qui che Stefano Mancuso diventa davvero illuminante anche per noi francescani. Quelli che perdonano sono coloro che, attraverso la cooperazione e il perdono, costruiscono la comunità, prendendosi sulle spalle le debolezze e i problemi di altri. Come nell’evoluzione, dove la selezione naturale dipende non dalla competizione ma dalla cooperazione. Da una visione gladiatoria dell’evoluzione, funzionale alla politica di liberismo sfrenato e di individualismo competitivo del capitalismo liberale, la scienza è passata a riconoscere che la vita non conquistò la terra attraverso la lotta, ma attraverso la cooperazione.
Illuminante è ciò che accade nel corpo umano che, in media, è composto di trentamila miliardi di cellule umane e di trentotto mila miliardi di cellule batteriche appartenenti a migliaia di specie diverse che vivono nel colon, nel duodeno, nello stomaco, sulla pelle e che svolgono un ruolo fondamentale per il funzionamento del nostro corpo: senza questo microbioma la vita del corpo sarebbe impossibile. Immaginare una qualunque forma di vita su questo pianeta che non preveda una forma continua di collaborazione, non solo all’interno della stessa specie, ma fra specie diverse, è davvero molto difficile. Anche le cellule eucariote – le cellule di cui siamo fatti – sono la testimonianza tangibile della cooperazione di maggior successo che si sia mai prodotta da che esiste la vita. La cooperazione fra diversi non riguarda solo l’evoluzione biologica.
Chi perdona non agisce all’interno di una arena di gladiatori, non si lascia trascinare dalla sola pulsione della competizione, ma agisce in maniera altruistica. Vale per il passato, per il presente e per il futuro: non è il più forte o il più furbo o il più intelligente a sopravvivere, ma il più adatto; chi sia il più adatto non è dato sapere: bisogna quindi aiutare ogni individuo della comunità. Questa cooperazione che crea comunità e che costruisce futuro richiede spesso anche perdono.
Sora nostra morte corporale è in fondo alla lista dei fattori necessari alla vita, non perché ne rappresenti la fine, ma perché ne rappresenta un nuovo inizio. Non piace la provvisorietà della nostra esistenza e alcuni ricchissimi, ritenendo intollerabile che la loro immensa fortuna non riesca a garantirgli di imperversare per sempre (o comunque molto più a lungo) sulla terra, stanno investendo colossali somme nel tentativo di risolvere il problema. Non sanno che l’opposto della vita non è la morte, ma l’agghiacciante freddo dell’universo, ridotto allo zero assoluto, non solo entropico ma anche umano. Dalla singola cellula agli ecosistemi fino all’intera vita del pianeta, la morte è sempre presente come regolatrice dei fenomeni vitali. Ogni giorno nel nostro corpo muoiono 330 miliardi di cellule: la morte non è la fine dei processi biologici programmati da un organismo. Programmati è la parola chiave: il batterio programma la produzione di una proteasi – l’enzima che scompone le proteine – perché dopo la morte le sue proteine siano immediatamente disponibili a favore dei batteri circostanti. La morte è solo uno strumento che la vita adopera per continuare.
La lettura del Cantico delle creature da parte di Stefano Mancuso - botanico e scienziato di fama mondiale, professore all’Università di Firenze e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale – apre la mente all’interdisciplinarietà, allarga il cuore all’empatia fraterna globale, provoca la coscienza al senso di responsabilità verso tutti e verso tutto. Per rubargli un’ultima espressione, non solo le piante, ma anche san Francesco, hanno già inventato il nostro futuro. Che passa sempre attraverso la cooperazione, che include spesso il perdono e che sa vedere la morte come passaggio necessario alla vita. Buona Pasqua!