Un film, un libro, sorella morte
di Dino Dozzi
Direttore di MC
Sul mio tavolo si vanno accumulando libri, articoli, titoli di film e di spettacoli, link a incontri sulla morte. Come mai? Perché quest’anno, il 2026, ricorre l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi e il Festival Francescano – alla cui programmazione partecipo anch’io – ha scelto per la sua XVIII edizione il tema di “sorella morte”, come lui la chiama al termine del Cantico delle creature. Materiale funereo sul mio tavolo? Non necessariamente. Vi faccio due esempi: un film e un libro.
Ci sono funerali con centinaia di persone, e ci sono anche quelli in cui non c’è proprio nessuno ad accompagnare la bara. Still Life è un film del 2013 diretto da Uberto Pasolini. Il protagonista è un impiegato comunale incaricato di rintracciare il parente più prossimo dei morti in solitudine. In modo metodico e quasi ossessivo va a recuperare piccoli oggetti appartenuti al defunto per poter iniziare la ricerca di qualche parente; l’ultimo caso che gli si presenta è quello di un alcolizzato. Al protagonista viene comunicata la decisione del Comune di licenziarlo per tagli alle spese. Lui ci resta male, ma chiede di poter portare a termine l’ultimo sforzo: recuperate alcune vecchie foto, dovrà comprare e anche condividere una bottiglia di whisky per avere qualche notizia da due barboni vecchi amici del defunto.
Rintraccerà così la figlia abbandonata da bambina che a fatica accetterà infine di partecipare al funerale del padre. Still Life significa “natura morta”, e si riferisce agli oggetti che il protagonista va a cercare e raccogliere nei luoghi frequentati dal defunto; ma può significare anche letteralmente “ancora vita”, ed è ciò che questo impiegato comunale riesce a fare. Se riuscirà a portare al funerale almeno una persona, avrà restituito ancora vita a quella persona morta sola e anche a quel parente riconciliato con il defunto e anche all’impiegato comunale che tornerà alla vita sociale e alla gioia commossa e inaspettata di vedersi invitato a “bere qualcosa” da quella donna. Il film si chiude con i due funerali, molto partecipati: quello dell’alcolizzato e quello dello stesso impiegato comunale. È un film sulla solitudine, sulla morte sociale, sulla vita che può spegnersi o continuare nel ricordo di chi resta. Le relazioni danno vita anche ai morti, l’amore vince davvero la morte.
Il libro è Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda 2025) di Javier Cercas, che si presenta così: «Sono ateo. Sono anticlericale. Sono un laicista militante, un razionalista ostinato, un empio rigoroso. Però eccomi qua, in volo verso la Mongolia con l’anziano vicario di Cristo sulla terra, pronto a interrogarlo sulla resurrezione della carne e la vita eterna. Perciò mi sono imbarcato su questo aereo: per chiedere a papa Francesco se mia madre vedrà mio padre al di là della morte, e per portare a mia madre la sua risposta. Ecco un folle senza Dio che insegue il folle di Dio fino alla fine del mondo».
Il folle Javier insegue il folle Francesco con una domanda folle. Un thriller che ti appassiona e ti tiene incatenato, con sassolini bianchi che costringono anche te a cercare la risposta da dare a sua madre. E a te stesso. Le pagine si riempiono di Francesco, il santo e il papa, due “folli” in uno. La domanda della madre riguarda il futuro. La risposta del figlio descrive il presente del papa. Un papa controverso, con i suoi sogni, le sue scelte, il suo temperamento, le sue doti e i suoi limiti. Osannato e seguito da alcuni, aspramente contestato e boicottato da altri. Una persona e una vita complesse. Come la vita di tutti.
Sassolini bianchi, si diceva, per ritrovare la strada del ritorno. O la strada dell’andata, della meta, del dopo. Come quando Javier mette a confronto le due etiche, quella del futuro rappresentata da Matteo con il suo «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» e quella del presente rappresentata da Jorge Luis Borges: «Beati i puri di cuore, perché vedono Dio». L’ateo agisce bene perché agire bene è meglio che agire male: è nel fatto stesso di agire bene qui, nell’aldiquà terreno, che l’ateo trova la propria ricompensa; il cristiano agisce bene perché agire bene gli procura nell’aldilà ultraterreno la visione di Dio, la resurrezione della carne e la vita eterna. La speranza della ricompensa futura può portare fuori strada, all’etica del mercante. In questo caso meglio sarebbe l’etica dell’ateo. Ma Javier riconosce che un vero folle di Dio che lo ami per sé stesso dimenticando la retribuzione, come santa Teresina di Lisieux, può essere addirittura meglio.
Serrato è anche il confronto tra Javier e il “Grande Inquisitore di Bergoglio” (padre Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede). «Mi dica, padre, che cosa gliene pare della scommessa di Pascal, quella famosa argomentazione utilitaristica: “se non è vero che Dio esiste non perdi nulla; se è vero ci guadagni tutto”». «A me sembra spettacolare. Certo, il centro della predicazione cristiana è l’amore di Dio e non la speranza della ricompensa. Però è vero anche che ci sono momenti nella vita, soprattutto quando si diventa anziani, in cui si pensa che si morirà, e allora arriva la paura della morte. E lì compare la scommessa di Pascal. E a me serve». Parola del Prefetto del Dicastero per la Dottrina della fede: viva la sincerità!
Sull’aereo che li porta in Mongolia finalmente Javier riesce a parlare della vita eterna a tu per tu con il papa. E lui risponde: «È la promessa del Signore: “Io sarò sempre con voi!”». «Allora posso dire a mia madre che, quando morirà, rivedrà mio padre?». «Senza alcun dubbio. Senza alcun dubbio. Ci porterà tutti là, con lui. Anche lei, anche se non crede. Questo a lui non importa… Che ci possiamo fare? Sono le cose di Dio».
Verso la fine del libro Javier scrive: «Ho scoperto il segreto di Bergoglio. Il segreto di Bergoglio è che non ha nessun segreto. Il segreto di Bergoglio è che è un uomo comune, un cristiano seduto sul trono di Pietro, un cristiano peccatore come tutti, ma che sa di essere “misericordiato”». Il libro termina con una telefonata: «Javier Cercas?». «Sì». «Sono Jorge Bergoglio. Ho saputo che sua madre è morta: la terrò presente nelle mie preghiere. Le mando un abbraccio».