Io custode!
A Recanati il Festival della Missione 2026.
di Giuseppe Pacini
responsabile comunicazione dei frati cappuccini delle Marche
La domanda che Caino rivolge a Dio dopo aver ucciso Abele attraversa i millenni e arriva fino a noi con una forza disarmante.
È la domanda che risuona nei conflitti che incendiano il mondo, nei volti dei migranti che attraversano deserti e mari e nelle nostre relazioni quotidiane. È la domanda scelta dal Festival Missionario FRA NOI 2026, promosso dalle Missioni Estere dei frati cappuccini delle Marche, che per tre giorni ha trasformato Recanati in un luogo di incontro, ascolto e provocazione evangelica.
In un tempo segnato da individualismo e indifferenza, il festival ha avuto il coraggio di fare il contrario: fermarsi e interrogarsi sulla fraternità. Non come slogan, ma come responsabilità concreta.
Ad aprire il percorso è stato Pablo Trincia. In un Teatro Persiani gremito, il giornalista e podcaster ha portato il pubblico, dialogando con Giuseppe Pacini, nel cuore delle sue esperienze di reportage in Africa. Dai bambini albini perseguitati in Tanzania alle violenze raccontate in Ritual Killings, fino alle storie raccolte negli slum di Nairobi, il filo conduttore della serata è stato uno: una storia esiste davvero quando qualcuno decide di raccontarla.
In un'epoca dominata da immagini consumate in pochi secondi e notizie che si accavallano senza lasciare traccia, Trincia ha ricordato che raccontare non è un gesto neutrale. Significa assumersi una responsabilità, dare voce a chi non ce l'ha, restituire dignità a persone che rischiano di diventare numeri o titoli di cronaca. L'empatia nasce spesso dalla capacità di lasciarsi ferire dalla storia dell'altro.
Una provocazione che ha trovato continuità nel secondo appuntamento del festival, quando fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, e Davide Avolio, giovane poeta e divulgatore culturale, si sono confrontati pubblicamente proprio sulla domanda della Genesi. In Piazza Leopardi il dialogo ha intrecciato bibbia, attualità e vita quotidiana, mostrando come la fraternità sia una delle questioni più urgenti del nostro tempo. Lo si è fatto anche attraverso due grandi figure: san Francesco d'Assisi e Giacomo Leopardi.
Le guerre che insanguinano il pianeta, le disuguaglianze crescenti e le nuove solitudini raccontano una crisi profonda: abbiamo smesso di sentirci responsabili gli uni degli altri. Eppure il vangelo continua a proporre una logica diversa. Fra Roberto ha richiamato la testimonianza di Francesco, uomo capace di attraversare confini e differenze per incontrare l'altro senza paura. Pasolini e Avolio hanno affrontato anche il tema della comunicazione ecclesiale: una sfida che suscita ancora resistenze, ma che non può essere elusa. Una Chiesa che vuole incontrare l'uomo di oggi è chiamata a trovare linguaggi nuovi, senza smarrire la profondità del vangelo.
La domanda sul fratello ha trovato infine una traduzione concreta nell'incontro con Matteo Garrone. Attraverso il racconto della genesi di Io Capitano, il regista ha accompagnato il pubblico dentro uno dei fenomeni più raccontati e meno conosciuti del nostro tempo: la migrazione.
Garrone ha spiegato come molte delle vicende mostrate nel film siano una versione attenuata delle testimonianze raccolte durante la preparazione dell'opera. La realtà, spesso, è ancora più crudele di ciò che il cinema riesce a rappresentare. È forse questa la verità più scomoda emersa durante il festival: il dramma dei migranti non è lontano da noi. Siamo noi a tenerlo lontano dal nostro sguardo. La proiezione del film sul maxischermo ha reso ancora più intensa questa presa di coscienza.
Così, tra parole, immagini e testimonianze, FRA NOI ha ricordato che la fraternità non è una teoria da discutere, ma una scelta da compiere ogni giorno. Perché il contrario della fraternità non è l'odio. È l'indifferenza. E forse la domanda di Caino continua a inquietarci proprio per questo. Perché conosciamo già la risposta. Sì. Siamo custodi di nostro fratello.