A metà giugno, nel convento di Imola arriva la Festa delle Missioni, un’occasione per incontrare esperienze missionarie originali, come quella di Eleonora Maccaferri e Davide Tollari, una giovane coppia di Modena che, dopo il matrimonio, è partita per un anno di volontariato in Ecuador.
Sempre in giugno, a Recanati, ogni anno si svolge il Festival della Missione organizzato dall’Animazione missionaria dei cappuccini delle Marche. Quest’anno il tema era: “Sono forse io il custode di mio fratello?”.
a cura di Saverio Orselli
Da Cracovia all’Ecuador
Itinerario intercontinentale d’amore missionario
intervista a Eleonora Maccaferri e Davide Tollari, sposi in missione
a cura di Saverio Orselli
Incontro Eleonora e Davide alla Festa delle Missioni, un appuntamento che si ripete da diversi anni e che andrebbe maggiormente valorizzato, anche solo per le interessanti testimonianze legate alla missione con cui ci si confronta.
Tra quelle di quest’anno c’erano anche loro, chiamati a raccontare l’esperienza di un anno di volontariato a Lago Agrio, nella provincia di Sucumbíos in Ecuador, nella foresta amazzonica al confine con la Colombia, dove sono presenti varie popolazioni indigene, in particolare Quichua e Shuar.
Come vi siete conosciuti e come avete maturato insieme la decisione di lasciare molte certezze, come il lavoro di Davide, ingegnere alla Ferrari?
Ci siamo conosciuti per la prima volta in occasione della GMG di Cracovia, nell’agosto 2016 e due anni dopo abbiamo iniziato a frequentarci. Al rientro da un campo estivo missionario di Eleonora in Ciad e sulla scia del suo entusiasmo per l’esperienza appena vissuta, abbiamo iniziato insieme il percorso del MisMo. Si tratta di un cammino di spiritualità missionaria proposto dal Centro Missionario Diocesano di Modena che si svolge su un percorso annuale (ripetibile per un massimo di due volte) in cui si possono ascoltare testimonianze di missionari in terre lontane ma anche locali. Il MisMo ci ha permesso di conoscere molti giovani della nostra diocesi con sensibilità e valori simili ai nostri e con cui abbiamo stretto belle amicizie.
Abbiamo avuto modo di crescere insieme come fidanzati e poi come giovane coppia di sposi anche all'interno della nostra parrocchia dove ci siamo sposati nel giugno del 2021 e dove abbiamo vissuto insieme diverse esperienze, tra tutte quelle dei cammini, sia spirituali che fisici, come la Via Francigena, il Cammino di san Benedetto e quello di Santiago.
L’anno successivo, nel 2022, siamo partiti per tre settimane in Ecuador con un gruppo di giovani del centro missionario. Là siamo stati accolti da un padre della Congregazione della Consolata molto coinvolgente, padre Stephen, che ci ha motivati a tornare per un periodo più lungo. Dopo due anni di riflessioni abbiamo preso la decisione di lasciare i nostri lavori e vivere questa scelta come possibilità di arricchimento per la nostra famiglia.
In cosa consisteva il vostro servizio? Si svolgeva all’interno di una comunità specifica e di un programma preciso?
Siamo partiti senza tante certezze, anche perché eravamo la prima coppia della nostra diocesi a fare un’esperienza di questo tipo in Ecuador. Ad accoglierci sono stati mons. Moacir Goulart de Figueredo, il vescovo del Vicariato Apostolico di San Miguel de Sucumbíos eletto poco prima del nostro arrivo e un confratello di padre Stephen, trasferito in Colombia pochi mesi prima del nostro arrivo. Così siamo partiti da zero, ospiti di quello che potremmo chiamare un borghetto missionario, dove i nostri vicini erano la sede del vicariato da una parte e dall’altra la Casa del migrante dove per qualche giorno trovano accoglienza persone venezuelane e colombiane. Di fianco a noi viveva il padre della Consolata che segue la pastorale indigena e noi abbiamo pian piano iniziato ad introdurci nelle attività, favoriti anche dalle assemblee che il vescovo tiene ogni primo venerdì del mese con tutte le realtà legate alla vita del vicariato per condividere il lavoro pastorale e momenti di spiritualità. Già alla nostra prima partecipazione ci fu chiesto di presentarci e questo ci permise di conoscere subito i missionari della pastorale indigena e le suore di Sant’Anna che gestiscono una mensa per i migranti. Proprio qui in poco tempo ci siamo trovati a fare servizio per le circa 150 persone che vi pranzavano dal lunedì al venerdì. Nel fine settimana, quando era possibile organizzarci con i trasporti, accompagnavamo nella visita alle varie comunità la pastorale indigena, che è composta da un fratello, due padri e due suore di differenti congregazioni: sono pochi agenti pastorali per un territorio molto vasto. Quando invece rimanevamo a Lago Agrio, partecipavamo alla messa in quella che poi è diventata la nostra parrocchia di adozione, dove abbiamo conosciuto un sacerdote missionario italiano, contribuendo all’animazione con il coro parrocchiale.
Inoltre con la pastorale indigena abbiamo collaborato al lavoro di stesura di un manuale della liturgia della parola ‘inculturata’ insieme alle suore di Santa Laura e ad un gruppo di catechisti indigeni, ultimi destinatari del lavoro. Grazie a questa attività abbiamo imparato molto sull’importanza del rito cattolico ‘inculturato’ ossia della compresenza nel rito cattolico della parte liturgica e di quella culturale amazzonica.
A questo proposito, è interessante la figura del catechista, presente in quasi ogni comunità cristiana cattolica: una persona laica che rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per la comunità. Infatti, visto che i membri della pastorale indigena sono pochi e hanno un territorio immenso da visitare, la collaborazione dei catechisti indigeni è fondamentale per il servizio pastorale.
Avete avuto problemi con la lingua? E con la realtà delle nazionalità indigene più strutturate?
Con lo spagnolo non partivamo proprio da zero prima di partire, ma senza la nostra lingua di appoggio, soprattutto all’inizio, abbiamo incontrato qualche difficoltà imparando più ad ascoltare che a parlare.
Ormai tra le popolazioni indigene è più frequente l’utilizzo della lingua spagnola rispetto al quichua o allo shuar per esempio, ma uno dei lavori dei missionari era proprio quello di incentivare quanto più possibile la pratica della lingua indigena durante le celebrazioni liturgiche affinché con il tempo non venga persa. L’apprendimento dei canti liturgici in lingua indigena ci ha aiutato molto a socializzare con le persone e ci ha permesso di imparare anche qualche parola mettendoci a disposizione nell’animazione dei momenti di preghiera e di ritrovo con la chitarra (Davide) e il canto (Eleonora).
Abbiamo condiviso la vita e il tempo principalmente con la gente e abbiamo avuto pochi contatti con la realtà delle nazionalità indigene più strutturate. Abbiamo però avuto modo di partecipare agli incontri del SICNIE (il ritrovo dei catechisti indigeni dell’Ecuador) tanto a livello della nostra provincia quanto regionale e poi nazionale; a questi incontri partecipano catechisti di varie nazionalità indigene per confrontarsi su tematiche spirituali e religiose, culturali e sociali, anche con lo scopo di valorizzare le culture indigene che sempre più sono a rischio di estinzione.
Un’ultima curiosità: com’è stato il ritorno?
Complicato, non possiamo negarlo. Nei primi mesi, il rischio più forte era cadere nella logica dei paragoni: dopo aver condiviso un anno con una certa quotidianità scandita da ritmi lenti e a stretto contatto con gli altri, torni a casa e rischi di sentirti un po’ fuori posto. Appena arrivati in Italia, anche se felici per essere di nuovo con famiglie e amici, sognavamo ogni giorno il nostro ritorno a Lago Agrio, ora ogni tre giorni. Probabilmente non è un desiderio che ci abbandonerà a breve, ma adesso la nuova sfida è portare la bellezza che abbiamo vissuto là nel nostro ambiente, qui, cercando di non farci travolgere dai ritmi che avevamo prima di partire. Siamo convinti che, grazie alle nostre piccole scelte di tutti giorni, sia in qualche modo possibile.