Tra le esperienze missionarie incrociate durante il Festival della Missione 2025 a Torino, c’è quella del cappuccino fr. Paolo Maria Braghini, missionario in Amazzonia, un territorio immenso e fragile, popolato da indigeni che possono insegnarci tanti segreti dimenticati dalle nostre parti

a cura di Saverio Orselli

 Querida, oh querida

Testimonianza del vangelo indigeno

 di Paolo Maria Braghini
missionario cappuccino in Amazzonia

 La vocazione è un dono che ciascuno di noi riceve da Dio e viverla pienamente è l’unica cosa che ci rende felici!

Pace, serenità, gioia sono un po’ di quello che sento nel cuore ogni giorno rinnovando il mio “sì” come frate, sacerdote e missionario. Come cappuccini, accogliendo l’invito di Gesù e di san Francesco ad andare per il mondo intero, due a due in fraternità, siamo missionari ovunque. Tuttavia, tra i tanti frati presenti in Amazzonia, mi sento privilegiato per essere stato inviato nella riserva “EWARE”, l’unica fraternità latinoamericana che non solo visita gli indigeni partendo dalla città, ma che vive stabilmente con loro, nel cuore della foresta, loro territorio sacro.

 Ascoltare soltanto

Per secoli, in Brasile, noi cappuccini visitavamo i villaggi in pericolosi ed estenuanti viaggi chiamati “desobrigas” (dal verbo desobrigar, “togliere l’obbligo” religioso di ricevere i sacramenti una volta all’anno). Dalla difficilissima missione equatoriale dell’Alto Solimões (frontiera brasiliana con Perù e Colombia, dove i missionari fin dal 1909 vivevano e spesso morivano giovani), il vescovo cappuccino fra Adalberto Marzi, nel 1962, partecipò al Concilio Vaticano II a Roma, da cui ritornò con una straordinaria ispirazione: fondare una parrocchia solo per gli indios, per non forzarli più ad entrare in una “Chiesa stile europeo” e aiutarli così a crescere come Chiesa con volto proprio, conservando la propria originalità, lingua e cultura.
Il 4 ottobre 1971 nacque la Parrocchia San Francesco di Assisi, non in città come le altre Parrocchie ma nella foresta, nel villaggio “Belém do Solimões”, tra Ticuna e Kokama. L’inizio non fu facile: dal 1991 al 2006, Belém rimase abbandonata. Fu a questo punto che alcuni di noi frati fummo scelti (oggi direi privilegiati) per vivere tra gli “indios”, i non amati della regione, abbandonati, esclusi, vittime di fortissimi preconcetti e marginalizzazione… vero razzismo, che li taccia di essere pericolosi, arretrati, primitivi, violenti e la lista potrebbe continuare a lungo. La parola “indios” è carica di colonialismo europeo, schiavitù, sfruttamento che purtroppo perdura in nuove forme di colonialismo. La parola giusta quindi è “indigeni” e “popoli indigeni”.
Prima di imbarcarmi come nuovo Parroco per Belém, con la piccola fraternità – con un solo sacerdote – il vescovo, fra Alcimar Magalhães, un po’ imbarazzato, mi disse con la sua saggia semplicità: «Figlio mio, non so bene cosa dirti, vai e lo Spirito del Signore ti illuminerà…». Ma dopo quindici anni di abbandono c’era solo da ricominciare tutto da zero.
Al villaggio, ovviamente, nessuna cerimonia ci ha accolto, tante sfide sì. Abbiamo dovuto dormire per mesi su una barca di legno prestata, ricostruire casa e chiesa che poco dopo il fiume ha distrutto, scoprire il territorio parrocchiale con i suoi villaggi (nessuno sapeva quanti fossero), imparare una delle più difficili lingue isolate, il Ticuna, superare la diffidenza verso di noi ‘bianchi’, minaccia secolare per gli indigeni, conoscere una cultura così diversa e demonizzata dalle Chiese Pentecostali…
Grazie a Dio, la saggezza dei nostri missionari ci ha salvato: a noi giovani frati (tra cui io, con la mentalità europea di voler fare e risolvere tutto, subito, in fretta) che stavamo approdando all’EWARE – “Terra Santa” di un popolo sconosciuto – affidarono poche semplici parole materne: «Per un anno ascoltate soltanto, senza parlare e giudicare» e «in Amazzonia sono necessarie tre virtù: pazienza, pazienza ed ancora pazienza!».

 Tutta la Chiesa annuncia

E con pazienza nei primi tre anni, su canoe insieme agli indigeni, lentamente abbiamo scoperto l’immenso territorio a noi affidato: 72 villaggi (delle etnie Ticuna, Kokama, Kambeba e Kanamary), senza strade di collegamento ma solo acqua, fiumi, affluenti, laghi e foresta allagata. Stremati, colpiti da malaria e malattie tropicali, dimagriti ma soprattutto preoccupati, perplessi, riflettevamo tra noi «se continuiamo di questo ritmo, stile missionari eroi, ci ritrovano tutti al cimitero… come sopravvivere a questa realtà così difficile?». Finché lo Spirito, nella preghiera, ci ha illuminato, con una risposta semplice: «Come fece Gesù, quando vide che la messe era grande? Chiese di pregare per chiedere operai. Chiamò 12 apostoli, i sacerdoti, poi altri 72 discepoli e li inviò: e questi erano laici, famiglie! Così dobbiamo fare: noi frati non dobbiamo prenderci cura da soli di migliaia di indigeni in 72 villaggi lontanissimi. Chiamiamo, formiamo ed inviamo gli indigeni, come fece Gesù». E così, oggi, i veri protagonisti della missione sono quegli indigeni a cui nessuno dava fiducia e che neppure la Chiesa locale riteneva capaci o adatti, semplicemente perché “Indios”.
Oggi, in ogni villaggio ci sono ministri della Parola, uomini e donne Ticuna che (senza sacerdote) celebrano la domenica, riunendosi attorno alla Parola di Dio, nella lingua materna; catechisti che, con semplicità e spontaneità, insegnano a moltitudini di bambini a pregare, cantare e amare la Parola; responsabili della decima, la pastorale che in Brasile si occupa del sostegno economico della Chiesa. In questo fiorire ecclesiale, opera dello Spirito del Signore, tutto è inculturato, nella loro lingua, nel modo di cantare, partecipare, ballare in gruppo, suonare. E la Chiesa, Popolo di Dio, la “Chiesa Ticuna”, matura con numerose vocazioni laicali, diaconali, sacerdotali e religiose: grazie Signore!

 Sorelle indigene

L’enorme disponibilità dei Ticuna e la loro semplicità li aiuta ad accogliere con entusiasmo, gioia, impegno le proposte del vangelo, donandosi senza riserve. La loro stessa austerità (che molti definirebbero povertà e miseria) li aiuta ad essere accoglienti, a condividere con semplicità il poco che hanno, perché conoscono bene la difficoltà e stendono la mano per offrire aiuto. Per noi occidentali il tempo è “legislativo” e tutto deve entrare dentro orari, programmi; non è così per loro: la semplicità li rende liberi dalla schiavitù dell’orologio, vivendo intensamente i momenti, le relazioni, lo stare insieme. La loro cultura è pratica più che teorica e concettuale. Imparano e insegnano con la vita, facendo e vivendo insieme: non sono di molte parole ma di molto vivere. San Francesco parlerebbe della “semplicità” sorella santa e pura della “sapienza”, del saper vivere.
Se all’inizio (in fondo, in fondo…) forse ci aspettavamo la parola “grazie” – che però non arrivava – con la pazienza, abbiamo compreso che loro ringraziano con gesti: ora accogliamo i tantissimi grazie giornalieri, silenziosi, senza parole, pieni di semplicità. Sono banane, manioca, pesci, cacciagione e frutti di ogni genere che ci portano al nostro conventino di legno, con grandi sorrisi, volti stanchi, piedi e mani pieni di fango e amore. È questa la nostra nuova famiglia indigena, i nostri fratelli e sorelle, promessi da Gesù nel “centuplo”. E noi frati impariamo con loro a diventare più francescani, semplici, saggi, umili, a parlare meno e vivere di più.
Al ritorno, dopo i primi tre anni, in visita a frati e famiglia, non mi sentivo più a mio agio, ormai abituato a sedermi a terra per mangiare in cerchio, in palafitte ‘poverissime’, spesso con le mani, stesso cibo, pentola o foglia di banana, con semplicità, allegria, voglia di parlare e condividere, a lungo. Mi pesavano a tavola tante formalità: quanti piatti, bicchieri, posate, portate. Ho poi imparato a vivere serenamente questo periodico passaggio da una cultura all’altra, ma resta la nostalgia della loro semplicità e autenticità.
Il mio grazie a san Francesco che, dopo 800 anni, continua ad aiutarci a guardare alla santa povertà e semplicità, di cui oggi abbiamo molto bisogno: «Ave, regina sapienza, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa e pura semplicità».

 

Segnaliamo il libro:
Aurelio Molè
Fr. Paolo Maria Braghini
e sorella Amazzonia
Edizioni Francescane
Italiane, 2024, pp. 128