Oggi la maggioranza dei frati cappuccini sono anche sacerdoti, “ma all’inizio non fu così”: ce lo spiega fra Giacomo Franchini, che non è sacerdote, ma è Ministro provinciale in Emilia-Romagna.
Antonello Ferretti presenta poi la riedizione di un libro di Adriano Parenti, che collega coppie e fraternità: non sempre le edizioni “rivedute e corrette” sono solo operazioni commerciali.

a cura della Redazione di MC

 Fratelli tutti!

I fratelli laici cappuccini 

di Giacomo Franchini
fratello laico, Ministro Provinciale dei cappuccini dell’Emilia-Romagna, medico

 Negli ultimi 25-30 anni in varie aree del mondo l’identità e il profilo del fratello laico cappuccino sono andati incontro ad importanti trasformazioni,

determinate da una progressiva presa di coscienza, e quindi da una maggiore consapevolezza, che il carisma francescano-cappuccino è l’asse portante della vita del frate. Tutto questo ha avuto origine dalle riflessioni emerse dal Concilio Vaticano II, dai capitoli generali, dai consigli plenari dell’Ordine ed espresse nei vari documenti della Chiesa e dell’Ordine che si sono susseguiti dagli anni Sessanta sino ad oggi. 

 Ausilario… o fratello?

Fino agli anni Settanta si dava per assodato che nell’Ordine Cappuccino vi fossero due vocazioni: la vocazione al sacerdozio e la vocazione del fratello laico. E a causa della diversità delle vocazioni c’erano due noviziati, due sale di ricreazione, distinti posti in refettorio e in alcuni casi perfino due differenti cappelle. E, quando si discuteva sulla specifica importanza di ciascuna di esse, si arrivava alla inevitabile svalutazione della vocazione laicale.
Il fratello laico era visto quasi come una figura “ausiliaria”, definita più dalla funzione che dalla vocazione, utile in quanto svolgeva quei lavori manuali, quei servizi di gestione della casa come la portineria, l’orto, le pulizie, la cucina, oppure la questua, che i sacerdoti non svolgevano praticamente mai in quanto, si diceva, impegnati nei servizi pastorali e nel ministero sacerdotale.
La posizione assunta a larghissima maggioranza dai capitoli generali del 1982, 1988 e 1994 è stata chiara ed inequivocabile, e ribadita poi nelle Costituzioni: «A motivo della stessa vocazione tutti i frati sono uguali». Tuttavia queste riflessioni e prese di coscienza hanno trovato parecchie difficoltà ad essere messe in pratica. Ad esempio, fino 1982 nessun fratello laico aveva mai partecipato ai Capitoli generali, vi fu una sola presenza nel 1988 e due nel 1994.
Negli ultimi decenni però in molte Circoscrizioni dell’Ordine si è verificato, pur con diverse velocità, un significativo rinnovamento, in quanto, a fianco di molti fratelli che continuavano a svolgere i servizi tradizionali, cominciarono ad apparire giovani fratelli laici che avevano buoni livelli culturali e competenze professionali, e a questi venivano via via affidati compiti di responsabilità. Ma in altre parti del mondo permane ancora una notevole difficoltà ad accettare tale cambiamento di mentalità. In alcune Circoscrizioni dell’Ordine permane ancora oggi una scarsa considerazione per la vocazione del fratello laico, in quanto è ancora radicata la mentalità secondo la quale il sacerdote è più importante e più utile perché può servire meglio la Chiesa e il mondo.  Inoltre, essere presbitero assicura anche un ruolo di maggior prestigio e un maggior potere sia sui fedeli che sui confratelli non sacerdoti.

 Né carne, né pesce

Quando, negli anni Ottanta-Novanta, in Italia qualcuno optava per non essere ordinato, questa scelta veniva giudicata, soprattutto dai frati anziani (ma non solo), o come un tentativo di sottrarsi a servizi e responsabilità oppure, non comprendendo le ragioni di tale opzione, chiedevano: «Perché ti hanno fermato?». Ed erano rammaricati perché, secondo loro, restando fratello alla fine «non saresti stato né carne né pesce». Ci si meravigliava che un giovane in formazione con buone capacità, dotato intellettualmente e che riusciva bene negli studi decidesse di “rimanere” fratello.
“Rimanere”, un termine che in questo contesto sembrava esprimere la rinuncia a far fruttare al meglio i propri talenti, la rinuncia a raggiungere un livello adeguato alle proprie capacità e a perseguire l’eccellenza fino in fondo, soprattutto rinunciando all’amministrazione dei sacramenti. Quindi niente presidenza dell’Eucaristia, “fonte e culmine della vita cristiana” e soprattutto niente sacramento della riconciliazione, un ministero ritenuto al vertice della missione cappuccina. Rimanere fratello era visto dunque come un fermarsi a metà strada, accontentandosi di una scelta incompleta, come se la consacrazione religiosa in quanto tale non bastasse per dare un senso compiuto alla vita di un frate.
Successivamente, nel 1996, con l’Esortazione apostolica Vita Consacrata, san Giovanni Paolo II smentiva tale radicata convinzione affermando che «la vita consacrata, per sua natura, non è né laicale né clericale! ...pertanto, la “consacrazione laicale”, sia maschile che femminile, costituisce, di per sé, uno stato completo di professione dei consigli evangelici. Per questo ha, per la persona come per la Chiesa, un valore proprio, indipendente dal ministero sacro».
Ancora oggi, però, tale mentalità sotto sotto continua ancora ad essere presente. È significativo vedere come molti frati cappuccini percepiscano la propria identità, come messo a fuoco con chiarezza da fr. Mauro Jöhri nella lettera Il dono irrinunciabile dei fratelli laici per il nostro Ordine: «Quando qualcuno ti chiede “chi sei”, oppure quando ti presenti, come rispondi, quali espressioni usi? Qual è la tua risposta immediata? Dici: “Sono un frate cappuccino!” Oppure la tua risposta è: “Sono un religioso sacerdote!”, o ancora ti definisci a partire da qualche funzione o professione che eserciti, dicendo: “Sono parroco, sono professore, ecc.!” Sono convinto che dalla risposta alla domanda “chi sei?”, o dalla presentazione che facciamo di noi stessi, riveliamo la concezione che abbiamo della nostra persona».

 Se non basta…

Se dunque l’affermazione “sono un frate cappuccino” a qualcuno non basta, la risposta è rivelatrice di cosa la persona ritiene di essere. Eppure nella Ratio Formationis viene ribadito che: «L’identità dell’Ordine Francescano ci riporta alla nostra forma di vita evangelica, definendoci come Ordine di fratelli, e non come congregazione clericale». In passato, ma talvolta ancora oggi, rimanere fratello laico non era frutto di una decisione ponderata e voluta, ma di un automatismo procedurale: se una persona incontrava grosse difficoltà a portare a termine gli studi o se i superiori non lo ritenevano idoneo ad essere ordinato sacerdote, gli si diceva che era meglio per lui restare fratello laico.
Credo che oggi si stia prendendo coscienza che la figura del fratello rappresenta un aiuto perché tutti i frati si riconoscano innanzitutto nel carisma, indipendentemente dal ministero. Quindi prima di tutto si sentano frati e, nel caso dei presbiteri, si sentano frati-sacerdoti e non sacerdoti-frati. Questo è il punto centrale della nostra vita. Negli ultimi decenni in varie Circoscrizioni vi sono state importanti revisioni dei percorsi formativi da proporre ai giovani orientati ad essere fratelli laici, come conseguenza del fatto che tale ruolo non viene più visto come una scelta di secondo piano in una scala di valori. Ora si insiste sul fatto che la chiamata alla vita religiosa è comune a tutti i frati e si pone l’accento sulla formazione comune alla vita francescano-cappuccina, poi dovrà essere fatto un ulteriore discernimento riguardo all’eventuale chiamata al ministero sacerdotale.
Va detto che al momento ben poche Circoscrizioni sono state in grado di formulare un programma strutturato per la formazione speciale dei fratelli laici, consentendo loro di accedere anche a studi di livello universitario, finalizzati ad acquisire competenze specifiche che, tenendo conto delle capacità, delle attitudini e dei talenti dei singoli, possano permettere loro di svolgere un servizio utile e qualificato. In tal modo sarebbero valorizzate la loro presenza e la loro testimonianza nelle fraternità locali o provinciali, nella Chiesa e nella società civile. L’importanza di tutto questo pare che al momento non sia chiaro a tutti; c’è da augurarsi che in futuro possa crescere e svilupparsi la consapevolezza che questo sia un terreno nel quale occorra il coraggio di sperimentare, una sfida a integrare cose nuove e cose antiche.