A ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, il Festival Francescano 2026 sceglie di sostare davanti a una parola che la nostra epoca tende a rimuovere: morte. Philippe Ariès, nel suo celebre studio sulla storia della morte in Occidente, mostrava come la modernità l’abbia progressivamente sottratta alla vita quotidiana, trasformandola da evento condiviso e accompagnato in fatto clinico, isolato, quasi indicibile. Eppure, proprio mentre la nascondiamo, la morte continua a strutturare il nostro modo di vivere, amare, progettare.

a cura dell’Ufficio Comunicazione del Festival Francescano

 Che fare con te?

Inseparabile sorella nostra!

di Giuseppe Caffulli
giornalista 

Il manifesto scientifico del Festival, coordinato da fra Dino Dozzi insieme a un comitato di teologi, medici, filosofi e psicologi, invita a “chiamare le cose come stanno”.

Non per indulgere in toni cupi, ma per restituire linguaggio e pensiero a quel “passaggio” che – come ricorda il Cantico delle Creature – è parte integrante della condizione umana: «sora nostra morte corporale». Chiamarla sorella significa riconoscerne la radicale ambivalenza: limite e compimento, rottura e soglia.

 Contributi, nomi e cognomi,

Al manifesto hanno contribuito personalità del calibro di Guidalberto Bormolini, tanatologo da anni impegnato nell’accompagnamento spirituale e culturale al fine vita; Marco Cesare Maltoni, oncologo e pioniere delle cure palliative in Italia; Roberto Mancini, filosofo attento ai temi dell’etica e della trasformazione sociale; Annamaria Marzi, direttrice infermieristica dell’hospice “Casa Madonna dell’Uliveto” di Albinea (Reggio Emilia), con una lunga esperienza nell’assistenza ai malati inguaribili; Vincenzo Paglia, arcivescovo e presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita; Ines Testoni, psicologa e psicoterapeuta, tra le principali studiose italiane di death education; Lucia Vantini, teologa impegnata nella riflessione antropologica e nel pensiero della differenza.
Tra gli appuntamenti più attesi del Festival, che si terrà dal 24 al 27 settembre prossimi, il dialogo tra mons. Vincenzo Paglia e Vito Mancuso, chiamati a confrontarsi su risurrezione della carne, vita eterna e immortalità dell’anima. Paglia, arcivescovo e presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, è voce autorevole nel dibattito ecclesiale sul fine vita, attento a coniugare fedeltà alla tradizione e discernimento pastorale. Mancuso, tra i teologi italiani più letti e discussi, propone una riflessione personale e spesso controcorrente sull’escatologia cristiana, interrogando il senso ultimo dell’esistenza oltre formule ripetute. Il loro incontro promette un confronto alto e franco, capace di tenere insieme dottrina e ricerca, fede e inquietudine.
Di grande rilievo la presenza dello scrittore spagnolo Javier Cercas, che presenterà il libro Il folle di Dio fino alla fine del mondo (Guanda). Maestro di un genere narrativo che intreccia inchiesta, autobiografia e romanzo civile, Cercas affronta la figura di papa Francesco e il nodo della fede nel mondo contemporaneo con sguardo laico e interrogante. Il suo lavoro non cerca scorciatoie devozionali: mette piuttosto a tema il conflitto tra credere e dubitare, tra desiderio di assoluto e fragilità storica. In un Festival dedicato al “passaggio ultimo”, la sua voce risuona come provocazione intellettuale e testimonianza di una ricerca aperta.
La parola poetica avrà uno spazio privilegiato nell’incontro tra Davide Rondoni e Alberto Bertoni. Rondoni, poeta e saggista, ha più volte mostrato come il verso sappia attraversare il dolore senza censurarlo, trasformandolo in domanda di senso e apertura al trascendente. Bertoni, tra le voci più intense della poesia italiana contemporanea, ha dedicato pagine memorabili al lutto, alla perdita, alla memoria dei genitori. In dialogo, esploreranno il rapporto tra poesia e morte: quando il linguaggio ordinario si spezza, il verso può diventare luogo di custodia e di resistenza.
Sul versante filosofico e classico interverrà Ivano Dionigi, latinista di fama internazionale e già rettore dell’Università di Bologna. A partire dalla domanda “morte: fine o passaggio?”, Dionigi riattraverserà il patrimonio della sapienza antica – da Cicerone a Seneca – mostrando come il pensiero latino abbia elaborato categorie ancora feconde per noi. Il morire come transitus, attraversamento: un’idea che dialoga sorprendentemente con la sensibilità francescana.
Un’attenzione particolare sarà riservata alle giovani generazioni con l’intervento di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta da anni impegnato nello studio del disagio adolescenziale. In un contesto culturale che oscilla tra onnipotenza tecnologica e fragilità identitaria, educare al limite diventa decisivo.
Il digitale, nuova frontiera dell’esperienza umana, sarà al centro dell’incontro con Francesco Perlini e Nicola Vasini, autori del podcast Digital Requiem. Che cosa succede quando l’era degli algoritmi incontra una realtà antica come la morte? Profili social che sopravvivono ai loro titolari, archivi infiniti di immagini e messaggi, memorie affidate al cloud: la rete modifica il modo di ricordare e di elaborare il lutto. Ma la “sopravvivenza digitale” è davvero consolazione o rischia di diventare un surrogato dell’eternità? Modera l’incontro fra Roberto Pasolini.
Completa il quadro la riflessione di Antonio Polito, editorialista e commentatore politico del Corriere della Sera, che presenterà il volume Qualcosa di noi resterà. Come sopravvivere alla morte (Mondadori). Osservatore lucido e attento ai mutamenti culturali, Polito propone una meditazione laica su ciò che rimane: le tracce lasciate nelle opere, negli affetti, nella memoria collettiva. Non un’illusione di immortalità, ma una responsabilità: vivere in modo tale che il bene compiuto continui a generare bene.

 Penultimo, ultimo e volto che rivela

Già il grande filosofo Emmanuel Levinas faceva notare come la morte non sia anzitutto un fatto biologico né un’esperienza solitaria che ciascuno può dominare interiormente. Nel suo Dio, la morte e il tempo (Jaca Book), Levinas osserva che la morte si manifesta in modo originario nel volto dell’altro, nella sua vulnerabilità estrema. Di fronte alla fragilità dell’altro, l’io scopre di non essere padrone né del tempo né dell’esito ultimo delle cose. La morte diventa così il luogo in cui si rivela la verità della relazione: non possesso, ma custodia; non potere, ma cura. In questo senso, pensare la morte significa già imparare una forma più alta di responsabilità.
Il Festival Francescano 2026, nel solco dell’ottavo centenario della salita al cielo del Santo di Assisi, non intende offrire risposte semplicistiche. Intende piuttosto aprire uno spazio di sosta e di ascolto reciproco, dove medicina e spiritualità, poesia e teologia, psicologia e cultura digitale possano interrogarsi insieme. In un tempo che investe risorse immense per rimandare indefinitamente la morte – o, al contrario, la produce attraverso guerre e ingiustizie – tornare a chiamarla “sorella” è un atto culturale e spirituale insieme.
La vera tragedia, ricorda la tradizione cristiana, non è la fine biologica, ma la rottura dei legami, la chiusura nell’egoismo, la “mortificazione” quotidiana dell’umano. Prepararsi al compimento della vita significa allora imparare a custodire le relazioni, a prendersi cura, a riconoscere nella fragilità non uno scarto ma una componente essenziale dell’esistenza.
In una lettera del 21 luglio 1944, Dietrich Bonhoeffer scriveva: «La morte non è la fine, ma il sigillo della vita vissuta nella fede». E ancora, in un altro passaggio, afferma che il cristiano non è chiamato a fuggire la morte né a cercarla, ma a vivere pienamente la propria responsabilità “nel penultimo”, lasciando a Dio “l’ultimo”. È molto importante questa distinzione tra penultimo e ultimo: la morte appartiene all’“ultimo”, che non è nelle nostre mani; ciò che ci compete è il “penultimo”, cioè la fedeltà concreta a Dio nella storia (Resistenza e resa, Queriniana editrice).
A ottocento anni dalla morte di San Francesco, il Festival rilancia così una provocazione semplice e radicale: non negare la morte, non spettacolarizzarla, ma attraversarla con consapevolezza. In un cammino vissuto nella fede e nella speranza. Perché, in definitiva, il vero dramma non è morire, ma non aver imparato a vivere.