Come mamma t’ha amato

Francesco e Chiara invitano a un amore fraterno che sia come quello materno

 di Ornella Fiumana
suora francescana della Sacra Famiglia a Cesena

 Poche sono le parole tanto usate ed abusate, quanto la parola amore fraterno riferite alla vita di Francesco e di Chiara. Uso e forse talvolta abuso, si potrebbe dire.

La parola “abuso”, dal latino ab-usus, indica letteralmente ciò che è fuori, oltre, al di là dell’uso, dell’utilizzo, dello spazio che sarebbe proprio. Il significato originario di questo termine, ci dicono i dizionari della lingua italiana, era “consumare sprecando”, “usare fino a consumare del tutto” oltre che “usare in modo improprio”. In tutte e tre le accezioni, dire che si abusa di qualcosa significa snaturarne il significato. Forse è così per noi oggi, nel rileggere l’esperienza di Francesco e Chiara.
Non lo era in loro. L’amore vicendevole, l’amore fraterno in loro, nei termini usati nei loro scritti e, soprattutto, nella vita, non è mai abusato. È, forse potremmo dire, “eccessivo”, è frequente, è fondante, ma sempre a proposito, sempre usato in modo proprio, mai sprecato, mai consunto.
A partire da quella prima espressione che troviamo aprendo le Fonti Francescane, quella indicazione chiara, perentoria che Francesco consegna ai fratelli e che rimane scolpita nella Regola non bollata: «E ciascuno ami e nutra il suo fratello come la madre ama e nutre il proprio figlio» (FF 32). Vale la pena richiamare anche il paragrafo immediatamente precedente: «E con fiducia l’uno manifesti all'altro la propria necessità, perché l’altro gli trovi le cose che gli sono necessarie e gliele dia».
Nel contesto del capitolo IX della Regola, quella che riguarda il chiedere l’elemosina, Francesco aveva esortato i frati a non vergognarsi di dipendere dagli altri e, quando sia necessario, di chiedere l’elemosina, perché solo così si impara l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo. Il gesto del tendere la mano e chiedere, dichiarando la propria povertà, dichiarando di non bastare a se stessi, è rivestito di una somma dignità e si contrappone a quel primigenio gesto di tendere, prendere e consumare che ha segnato gli inizi dell’umanità. Questo è per Francesco il vero fondamento dell’essere umano e insieme il punto di arrivo di una vera e matura conoscenza e coscienza di sé, quella che ci fa riconoscere bisognosi perché mancanti, maturi perché dipendenti, chiamati ad una pienezza perché incompleti, non per difetto ma per eccesso d’amore.

 Un modello materno

Ecco allora l’amare e il nutrire il fratello, che va insieme al lasciarsi amare e lasciarsi nutrire dal fratello in una reciprocità che è fondamento della dignità umana: tutti datori, tutti debitori. Tutti debitori gli uni verso gli altri dell’amore scambievole. Così ricorda Francesco il comandamento dell’amore di Gv 15,12 al capitolo XI della stessa Regola. E tornerà a ribadirlo anche nel Piccolo testamento di Siena, quando, sentendosi ormai prossimo alla morte, consegnerà tre preziose, brevi parole, la prima delle quali è proprio l’amore scambievole: «In segno e memoria della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino gli uni gli altri» (FF 133).
Francesco non si limita ad esortare. Qui è indicato il cuore, ciò che sostiene tutto l’impianto della vita cristiana, prima che francescana: l’amore che si fa carne nella cura quotidiana, umile, senza misure né riserve.
E il modello di questo amore vicendevole è per Francesco il riferimento all’amore di una madre verso suo figlio. Non sembra sufficiente evocare l’amicizia, la fraternità, quasi nemmeno la figliolanza se non compresa nei tratti dell’amore, non solo paterno ma piuttosto materno, perché questo dice di più, comprende tutto. Certamente risuona nelle parole di Francesco il sottofondo biblico delle parole del profeta Isaia: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (Is 66,13). Amarsi fraternamente con amore di madre, potremmo dire, è l’ideale di Francesco.
E quale nutrimento si deve attendere dal fratello e si deve dare al fratello? Il nutrimento che fa vivere. La madre nutre il figlio prima di tutto di se stessa, poi del suo latte e poi conduce verso la maturità insegnando al figlio a nutrirsi da solo e infine, ancora, insegna al figlio la cura facendosi nutrire da lui quando gli anni solcano il volto e la vita, e si ritorna come bimbi svezzati in braccio a sua madre, come recita il salmo (Cfr Sal 131,2).

 Nutrire e perdonare

Ed è un bel cammino della fraternità questo: non dipendenti, non immaturi, ma capaci di nutrirsi reciprocamente di vita, di ciò che fa vivere. Vigilando per questo su parole, pensieri e azioni.
Nelle ammonizioni Francesco richiama due sfumature meravigliose di questo amore fraterno con tratti di madre. Usa il termine “dilezione” per indicare tali sfumature. È l’amore verso il fratello infermo (FF 174) e l’amore verso il fratello lontano (FF 175). L’infermo che non può ricambiare va amato allo stesso modo del sano che può ricambiare e il lontano va amato quanto il vicino. Cambiano le circostanze, rimane immutata la sostanza.
Ma forse l’apice dell’amore fraterno negli scritti lo ritroviamo nella lettera ad un ministro. Il vertice perché è l’amore al fratello peccatore, che proprio a causa del peccato provoca sofferenza. Conviene riascoltare quelle parole: «Che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede, e se non chiedesse misericordia, chiedi tu a lui se vuole misericordia. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attirarlo al Signore, e abbi sempre misericordia di tali fratelli» (FF 235).
Potremmo dire che qui sta il secondo termine di riferimento per l’amore vicendevole: dopo il nutrire, il perdonare. Come due pilastri che fanno da basamento solido alle relazioni fraterne, che garantiscono la vita, il suo sorgere e il suo compimento. Il perdono cura, guarisce, ristabilisce ciò che si è logorato o spezzato. È garanzia nel cammino che il fratello rimanga sempre tale e non diventi nemico, avversario o, peggio ancora, estraneo.

 Lo stile di Chiara

Possiamo dire che Chiara non si allontana da questi due pilastri. Tra le mura del monastero di San Damiano, non sono dissimili le sue parole da quelle del maestro-fratello Francesco. Nel capitolo VIII della sua Regola risuona, quasi identica, l’immagine del nutrire legata alla figura della maternità: «E se la madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanto maggiore amore deve la sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale?» (FF 2798). Un’espressione tutta carica di quella femminilità che la dura ed austera vita di Chiara e delle sue prime sorelle non spegne.
E nel suo Testamento ammonisce: «E amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo» (FF 2847). Quasi ancora più forte che in Francesco risuona il richiamo alla concretezza di una cura fatta di piccoli gesti quotidiani, di una maternità che spinge lei come madre e sorella ed ogni sorella a farsi portatrici di vita per le altre, con una attenzione diuturna, con un servizio instancabile, infaticabile, che non lascia nulla al caso, all’improvvisazione, ma è scelta consapevole, matura, continua.
Un amore vicendevole di tale natura e spessore non può radicarsi se non in quella totale, incondizionata, radicale spogliazione di sé che, tanto in Francesco quanto in Chiara, si esprime nell’amore viscerale per Madonna Povertà. La libertà necessaria per amare senza condizioni né misura si può raggiungere solo attraverso un processo di spogliazione e consegna di sé che non ammette eccezioni. È nota la “battaglia” di Chiara per difendere il “privilegio della povertà” e la pervicace, tenace “opposizione” di Francesco ad ogni forma di possesso e appropriazione.
Sanno bene entrambi che solo nella rinuncia ad appropriarsi di chiunque e di qualsiasi cosa si può ritrovare in sé lo spazio interiore per accogliere l’altro e poi di conseguenza esprimere esteriormente gesti di accoglienza, di cura, di attenzione. Così e solo così l’altro, l’altra, diventa e rimane fratello e sorella.