Ultimo viene il frate
La cifra identitaria dei francescani è la minorità
di Francesco Ravaioli
frate minore conventuale, in servizio presso la parrocchia dei cattolici di lingua ebraica a Gerusalemme
Cosa caratterizza di più i francescani? A questa domanda l’italiano medio probabilmente risponderebbe: la povertà.
Semplificando un po’, per secoli i frati francescani hanno definito e riformato la propria identità soprattutto attorno alla povertà e al modo di esprimerla: imitando Cristo povero e crocifisso.
Negli ultimi decenni qualcosa è cambiato. Alla stessa domanda i frati delle ultime generazioni rispondono: la fraternità. Molti fattori hanno portato a questo cambiamento: la diffusione delle Fonti e degli Scritti di san Francesco, l’invito del Vaticano II ai religiosi di ripartire dalle proprie origini (Perfectae caritatis 2), un contesto culturale più attento alla qualità delle relazioni umane e all’importanza dei vissuti affettivi. In anni recenti, poi, il pontificato di papa Francesco ha sottolineato ulteriormente questo nodo di vita evangelica e ha cercato di evidenziarne anche la valenza sociale e politica, soprattutto attraverso l’enciclica Fratelli tutti (vedi, per esempio, nn. 103-105).
Fraternità e povertà sono due aspetti del vangelo che hanno plasmato il volto di san Francesco. E che egli ha consegnato come eredità ai suoi fratelli, contemporanei e futuri. Ogni generazione francescana fa del proprio meglio per vivere e accendere queste luci nella vita in comune. Nello stesso tempo non è esente dal rischio di assuefarsi a una rappresentazione di questi “valori” più istituzionale che esistenziale.
È vero che la fraternità ha incrociato la sensibilità contemporanea nella Chiesa e nella società. Tra i frati ha aiutato la vita comunitaria a diventare vita fraterna. Ha iniziato a convertire il rapporto coi laici: dalla dipendenza, alla collaborazione, fino alla corresponsabilità. Sta stimolando ad attuare la vita dei frati in termini via via meno clericali. D’altra parte mi pare che la “vena creativa” del francescanesimo contemporaneo e la forza motrice della fraternità stia rallentando visibilmente. Forse finora la fraternità è stata un po’ troppo “assolutizzata”, quasi come una nuova identità a sé stante. Ma in realtà i francescani non sono “fratelli” e basta. Non sono fratelli qualunque.
Un nome nuovo
Il “nome nuovo” che Francesco ha ricevuto e dato ai suoi nell’ultima stesura della Regula et vita nel 1223: Fratres Minores. Secondo il Francesco di Tommaso da Celano dentro questo nome c’è un programma: «i miei frati proprio per questo sono stati chiamati minori, perché non presumano di diventare maggiori. Il nome stesso insegna loro a rimanere in basso ed a seguire le orme dell’umiltà di Cristo...» (2Cel 148: FF 732).
Dietro questo nome non c’è solo l’ombra delle classi sociali dell’Assisi medievale. C’è anche l’esperienza naturale di ogni famiglia che ha più di un figlio. E nel medioevo essere fratello minore significa avere meno vantaggi e pressoché nessuna eredità. Più doveri che diritti.
Dopo aver vissuto parecchi anni di sequela evangelica e di vita comune, per Francesco questo nome non è una scelta improvvisata. La prima fraternità si è ormai sviluppata in un ordine religioso vero e proprio, che può fare e dare molto. Per non perdersi dietro alle loro crescenti possibilità, questi uomini non devono solo dirsi fratelli tra loro. Sono chiamati a seguire Gesù nell’essere servo e ultimo di tutti. A decidere di diventare, vivere e agire come fratelli più piccoli. Di tutti:
«… siano minori e sottomessi a tutti…» (RnB 6,3: FF 23).
Umiltà o povertà?
Ma che cosa significa essere fratelli minori? Cosa è la “minorità”? A primo impatto sembra un altro modo di definire l’umiltà. Francesco ama l’umiltà e la pratica. La chiede ai frati nella Regola. Li forma a questo nelle Ammonizioni a più riprese. Per esempio: «Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato e esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più» (Amm 19,1: FF 169).
Leggendo i suoi scritti, si avverte subito come per lui l’umiltà sia una virtù eminentemente relazionale, che fa apprezzare il bene che viene da altri, ma anche di qualche amara svalutazione. Questa umiltà la vede vissuta pienamente dal Signore Gesù, non solo nella sua vita storica, ma anche nella sua presenza sacramentale.
«O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati» (LOrd 27-29: FF 221).
Dal farsi piccolo di Dio scaturisce la piccolezza di chi lo segue e non trattiene nulla per sé, vivendo «senza nulla di proprio» (RB 1,1: FF 75). Qui emerge anche il modo francescano di vivere la povertà. Non tanto una espropriazione ascetica, quanto una volontaria “restituzione” al Signore, vero autore del bene che viviamo, riceviamo o facciamo: «e riconosciamo che tutti i beni sono suoi e di tutti rendiamogli grazie, perché procedono tutti da Lui» (RnB 17,17: FF 49).
In questa luce l’umiltà si rivela come il grembo della vera povertà. E l’antidoto ad usare la stessa povertà o qualsiasi altra virtù come un piedistallo per farsi, dirsi o pensarsi in qualche modo superiori ad altri. D’altra parte la povertà aiuta l’umiltà a non essere solo una virtù puramente interiore. Queste due sorelle, così interdipendenti, insieme trovano “casa” nella minorità, che contiene sia la profondità spirituale dell’umiltà sincera, sia la concretezza materiale della povertà volontaria.
Sotto-stare per generare
Con la minorità Francesco spinge i suoi a vivere povertà e umiltà in modo radicalmente relazionale e non solo entro i confini del convento o della Chiesa: «Siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» (RnB 16, 6; FF 43).
Queste parole chiave della Regola non bollata danno a queste virtù relazionali anche un valore sociale. Diventare fratelli minori significa scegliere di “stare sotto”, anzi di “mettersi sotto”. Sotto agli altri? Sì, ma soprattutto alle dinamiche più o meno distorte della vita e delle relazioni – umane, ecclesiali, sociali, religiose. Stare sotto significa guardare alla propria piccolezza e miseria, mentre si vede e si sente anche quella altrui… senza giudicare. Significa prendere la posizione che Gesù, «il Maestro e il Signore» (Gv 13,14), ha voluto assumere nella lavanda dei piedi e sulla croce. Nello stesso tempo, sotto-stare significa anche sostenere, portare il peso, stare alla base. Chi sta lì volontariamente e spiritualmente può concepire e partorire cambiamenti che convertono la realtà. Ce lo hanno testimoniato con creatività le generazioni francescane che ci hanno preceduto: la predicazione dotta ma popolare di Antonio di Padova o Lorenzo da Brindisi, l’impegno sociale dei Bernardino da Siena e da Feltre, l’impegno per lo sviluppo condiviso di Giuseppe Toniolo e Giuseppe Tovini.
Domande per sotto-stare
Dopo Francesco e gli altri quale potrebbe essere il contributo della nostra generazione francescana per trasmettere l’eredità viva che abbiamo ricevuto? Forse oggi potremmo avere il coraggio di prendere più sul serio la minorità e viverla con maggior convinzione nei processi comunitari, ecclesiali e sociali in cui siamo coinvolti? Potremmo superare l’indole clericale sedimentata nei nostri Ordini maschili, senza per questo banalizzare il ministero sacerdotale? Forse riscoprire e promuovere l’identità dei religiosi fratelli potrebbe stimolare la minorità di tutti? Forse possiamo rilanciare il nostro impegno missionario dando la priorità a presenze semplici in contesti di minoranza cristiana, che promettono più ostacoli che vocazioni? Forse potremmo metterci in gioco con più determinazione nei processi delicati e lenti dell’ecumenismo cristiano e del dialogo con le altre religioni? E nei sempre più difficili processi di mediazione, amicizia e pace fra popoli e culture?
Queste sono solo alcune delle molte domande possibili. Quanti scelgono di essere “fratelli più piccoli” potranno rispondere con lo slancio inevitabilmente generoso di chi sa che semplicemente restituisce.