Quando frate Francesco lottò per diventare se stesso

Il sine proprio di Francesco: una scelta di libertà e di responsabilità

 di Pietro Maranesi
frate cappuccino francescanologo

 Conosciuto è l’inizio del testo giuridico della Regola dei frati minori, confermata dal Papa Onorio III a Francesco nel 1223:

«La regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» (Rb I 1). È probabile che più di uno sia sorpreso nel notare che, insieme ad obbedienza e castità, non vi sia la povertà come terzo voto, ma si parli di “senza nulla di proprio”. Ho avuto modo di occuparmi di questa espressione in uno studio di prossima uscita. Il libro mi è stato quasi “estorto” dal mio amico Massimo Mercati, figlio del fondatore e amministratore delegato di Aboca, importante ditta di prodotti naturali. Parlando una sera del testo parabolico di Francesco sulla perfetta letizia, egli rimase impressionato nell’ascoltare della fatica fatta dal Santo nel capire e accettare la porta chiusa, che metaforicamente trovò alla Porziuncola, quella notte fredda e piovosa, tornando da Perugia. Ad ascoltare questa storia il mio amico si sentì coinvolto, perché anche lui come Francesco viveva la fatica e l’impegno nel gestire una grande opera il cui “governo” chiede di vivere spesso la tensione tra responsabilità di dirigere verso una crescita dell’impresa e libertà nel riconsegnare la proprietà, vivendola come servizio.

 Minore tra i minori

Fu proprio questo l’impegno, in qualche modo drammatico e sorprendente, vissuto, infatti, da Francesco negli ultimi anni della sua vita. Aveva lasciato non solo il negozio del padre ma anche la logica che governava quella piccola impresa, la quale, oltre a chiedere di essere difesa “contro gli altri”, doveva pure essere accresciuta “sopra gli altri”. Rendere più ricco e potente il negozio significava infatti per Pietro di Bernardone aumentare il proprio patrimonio simbolico, strumento indispensabile per ottenere ed esercitare potere sociale e politico. Francesco, trasformato dall’esperienza vissuta tra i lebbrosi (Test 1), dove sperimentò la forza liberante della misericordia, esce dalla logica fondata sulla rivalità e sulla concorrenza, avendola riconosciuta come quel peso che intrappolava la vita e la rendeva spietatamente concorrente. Smise di voler essere il “cavaliere Francesco” per diventare, invece, “frate Francesco”, libero e leggero da ogni proprietà e guidato dal criterio del sine proprio. Questa novità però non lo fece fuggire dalla città e dai suoi intrecci di potere, spingendolo a cercare rifugio nella solitudine o in un monastero; al contrario, gli chiese di starci in modo diverso, diventando un richiamo profetico sui rischi di un mondo dominato dalla sola logica della proprietà. Abbandonò dunque il sogno di diventare “maggiore tra i maggiori”, per essere “minore tra i minori”, cioè di essere “frate Francesco”, libero dal potere e leggero dalla proprietà.
Però la vita lo sorprese. Con suo grande stupore, ciò che aveva rifiutato gli fu riconsegnato centuplicato. Verso il 1221, a dieci anni dalla formazione del primo nucleo di compagni, il gruppo contava più di cinquemila frati, uomini apprezzati dalla Chiesa istituzionale e coinvolti ampiamente nell’attività pastorale. Il culmine sarà il 1223, quando essi, come già ricordato, otterranno la conferma definitiva della Regola. Era diventato oramai il famoso e riconosciuto Ordine dei frati minori, con a capo frate Francesco.
Precisa e impegnativa fu, pertanto, la sfida a cui Francesco e i suoi frati erano chiamati. Il processo imprevedibile e incredibile che stavano vivendo, cioè quello di diventare sempre più “maggiori” all’interno della Chiesa e della società, doveva essere gestito dalla volontà identitaria di restare “minori”. Ciò che Francesco aveva scoperto all’inizio per se stesso, doveva essere posto a guida ideale sia dello stile interno tra i frati sia del loro modo di andare per il mondo. Nel primo versante scelgono di essere una fraternitas nella quale è abolito il linguaggio piramidale del potere, per sostituirlo con quello del servizio circolare; nell’altro ambito rinunciano ad ogni potere sociale, scegliendo di essere sottomessi a tutti, cristiani e saraceni. Insomma, la loro forma di vita, ovvero quella di vivere insieme il vangelo e di annunciarlo agli altri, era strettamente connessa al rifiuto di ogni possesso e dunque di ogni potere; solo così avrebbero davvero annunciato il vangelo, in quanto avrebbero seguito Gesù, colui che aveva rinunciato ad ogni possesso divino e si era fatto minore, unica via per rendere presente l’amore di Dio nel mondo. 

Essere frate e Francesco

La narrazione della parabola della Perfetta letizia costituisce il punto di arrivo del dramma esistenziale che Francesco fu obbligato a vivere verso la fine della sua vita, proprio a motivo del successo religioso ottenuto dal suo movimento. Le fonti parlano di una “grande tentazione” o anche di una “grande tribolazione”, legata alle diversità di valutazione tra la dirigenza dell’Ordine e il modo di sentire di Francesco su alcuni temi relativi alla minorità. L’accusa che gli rivolgevano è sintetizzata dalle parole con cui il frate spiega a Francesco perché non l’avrebbe fatto entrare: “Tu sei un semplice e un idiota, noi invece siamo tanti e tali”. A Francesco rimproveravano di guardare verso un passato che era passato e non più utile per il presente; essi, invece, capivano che la Chiesa e la società chiedevano altre forme con cui coniugare la minorità e le nuove esigenze pastorali. La sua presenza con la sua visione era sentita dunque come un impiccio, un ostacolo.  Dovevano pertanto cacciarlo via.
La situazione in cui si veniva a trovare Francesco era davvero drammatica! Era giusto quanto stava avvenendo? Quella simbolica porta chiusa non era forse un atto di ingiustizia con la quale gli veniva tolto ciò che era suo? E che fare? Sapeva con chiarezza che avrebbe dovuto rispondere con pazienza e senza turbarsi, perché sarebbe diventato veramente e perfettamente “frate Francesco” proprio nel momento in cui sarebbe stato espropriato dal potere di essere “frate Francesco”: “Vattene, noi non abbiamo più bisogno di te!”. Sentiva che fosse arrivato il tempo in cui affermare la verità e la conciliabilità delle due parti della sua identità: “frate” e “Francesco”. Da una parte quella porta gli chiedeva di ricordarsi che non poteva pretendere nulla, perché come “frate” aveva scelto di vivere senza nulla di proprio. Dall’altra però egli restava “Francesco”, non solo con il suo carattere, figlio di Bernardone, ma anche con la sua storia specifica, da cui era nata quella novità voluta da Dio. Se da una parte, dunque, l’essere frate gli ricordava di vivere la libertà del sine proprio, dall’altra l’essere Francesco gli imponeva la responsabilità di preservare quella forma di vita. Se l’essere “frate” gli imponeva di non pretendere nulla, essere “Francesco” gli chiedeva di difendere quanto Dio aveva fatto attraverso di lui.

 La grande tentazione

È questo il terribile dramma, la grande tentazione, la dolorosa tribolazione vissuta da Francesco al termine della vita. L’ampiezza e la fatica di queste tensioni erano direttamente proporzionate all’importanza e alla fama raggiunte dal “patrimonio simbolico” da lui posseduto. La risposta del Santo, data a ridosso della morte, a quella domanda finale posta in chiusura della parabola della Perfetta letizia, sintesi del dramma che stava vivendo, è condensata nel Testamento. Avere pazienza e il non turbarsi, atteggiamenti con i quali doveva vivere come “frate minore”, non gli impedivano di ricordare a tutti di essere “Francesco”, colui al quale “lo stesso Altissimo aveva rivelato la forma di vita secondo il vangelo”, e che in virtù di ciò poteva comandare fermamente per obbedienza a tutti i frati di restare fedeli ad essa.
Mi piace chiudere queste righe riportando quanto mi chiedo verso la fine del libro, dove, ragionando proprio sull’operazione finale fatta da Francesco con il Testamento, mi domando «se il Santo sia riuscito a gestire la sua proprietà simbolica mediante il principio del sine proprio, restituendo tutto e consegnandolo ai fratelli senza pretendere nulla, oppure abbia vissuto una specie di contraddizione, forse senza accorgersene, mossa dal bisogno-desiderio di difendere la rivelazione di Dio mediante un moto di appropriazione». Insomma, anche per Francesco, come avviene per ognuno di noi, inevitabile è stata la tensione, mai del tutto risolta, tra l’ideale di vivere nella libertà del sine proprio e la realtà di una necessaria responsabilità con la quale prendersi cura di quanto da noi prodotto.