Un fioretto al giorno toglie il male di torno

Ancora oggi i Fioretti ci insegnano la possibilità di un’autentica sequela di Cristo

 di Felice Accrocca
storico, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno

 A poche altre opere è arriso il successo che i secoli successivi hanno tributato ai Fioretti, dei quali comparvero molte edizioni a stampa già prima del 1500.

Nel testo, oltre a Francesco – che domina nei primi trentotto capitoli – compaiono alcuni dei suoi primi compagni e poi ancora altri frati, soprattutto marchigiani (l’ultimo è Giovanni della Verna, morto nel 1322).
Tema dominante dell’opera è la conformità di Francesco a Cristo, subito enunciato con chiarezza, facendo leva, oltre che sul richiamo ai dodici compagni, anche sul suicidio di Giovanni della Cappella: a lui e alla sua morte si accennerà ancora (Fior 31: FF 1865). La notizia circolava da tempo nella letteratura francescana; la ritroviamo in apertura del Libro delle lodi del beato Francesco di Bernardo da Bessa, dell’ultimo quarto del Duecento: l’autore vi afferma che uno dei discepoli di Francesco – di cui si tace il nome –, uscito dall’Ordine e divenuto lebbroso, alla fine si era impiccato; Angelo Clareno, invece, affermò che Giovanni della Cappella si era impiccato dopo aver furtivamente sottratto il balsamo che era stato preparato per ungere il cadavere di Francesco: narrazioni, ovviamente, infondate!
Peraltro, solo alcuni dei primi compagni di Francesco vengono nominati: Bernardo, Egidio, Filippo Longo, Silvestro, Rufino, Giovanni della Cappella. Pochi altri frati assumono un qualche rilievo: Masseo, in primo luogo, e Leone, mentre risplende fulgida la figura di Chiara. Su Elia, invece, si proietta subito una luce sinistra (Fior 4: FF 1830-1832). Ormai, a più di un secolo dagli avvenimenti, e soprattutto dopo il giudizio severo che il Clareno aveva dato di frate Elia nel Libro delle Cronache o delle tribolazioni dell’Ordine dei frati minori, del successore di Francesco era abitudine dir male: i Fioretti rappresentano, a riguardo, un’eloquente cartina di tornasole, come appare chiaramente nell’episodio della benedizione di Francesco morente (cf. Fior 6: FF 1834).
In questa circostanza, si utilizza infatti il racconto dei compagni sulla benedizione di Francesco a Bernardo (CAss 12: FF 1555-1557), apportandovi significative manipolazioni: Francesco avrebbe fatto chiamare Bernardo per benedirlo, ma questi, «in segreto», avrebbe chiesto a Elia di sedersi alla destra di Francesco affinché il padre lo benedicesse; tuttavia, quando gli toccò la testa, il Santo si accorse che non era quella di Bernardo (secondo la Compilazione di Assisi, invece, Francesco aveva posato la mano su Egidio). Allora, incrociate le braccia, Francesco pose la destra sul capo di Bernardo e la sinistra sul capo di Elia; quindi, dopo averlo benedetto ed elogiato, Francesco avrebbe designato Bernardo come suo successore.

 A immagine di Cristo

Anche le notizie su Francesco si restringono a poche fasi della sua vicenda personale: nulla si dice della sua giovinezza, del travaglio della conversione, del contrasto familiare; nulla della sua solitudine di fronte alla città, delle difficoltà incontrate negli ultimi anni di vita: manca, generalmente, un’attenzione sufficiente alla parte finale della sua esistenza. Francesco viene introdotto sulla scena e presentato come un “altro Cristo”, conforme in tutto al suo Maestro, fino a ripeterne l’esperienza in particolari concreti. I Fioretti vogliono semplicemente testimoniare, attraverso episodi tra loro isolati, che esiste una possibilità concreta di vivere in pienezza il vangelo: Francesco e i suoi frati ne sono l’esempio, e tutto ciò appare semplice e spontaneo; si vuole infatti mostrare che è possibile seguire Cristo Gesù e farlo sul serio.
In alcuni episodi fanno la loro comparsa i lebbrosi. Nel suo Testamento, Francesco aveva reso noto a tutti quanto fosse stato importante per lui l’incontro con quei malati quand’era ancora nei peccati (Test 1-3: FF 110). Secondo Tommaso da Celano, negli ultimi anni di vita il Santo avrebbe voluto porsi di nuovo al loro servizio (1Cel 103: FF 500). Nel Trecento, l’Ordine aveva però finito per imboccare strade diverse da quelle percorse nei primordi e i lebbrosi erano ormai poco più che uno sbiadito ricordo; a tale riguardo va rilevato che già nel grande ciclo giottesco della Basilica superiore di Assisi nessuna pennellata era stata riservata a quei malati. I Fioretti ne parlano con discrezione, in pagine comunque di rara bellezza: l’episodio del lebbroso miracolosamente curato da Francesco (Fior 25: FF 1857) sa indicare una via ancora oggi efficace per superare le barriere che confinano i “diversi” ai margini della società; frate Bentivoglia, che dimorava «solo a guardare e a servire a uno lebbroso», ricevuta dal superiore l’obbedienza di recarsi in un altro luogo distante quindici miglia, «non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande fervore di carità sì lo prese e puoselosi in sulla ispalla e portollo dall’aurora insino al levare del sole [per] tutta quella via» (Fior 42: FF 1878).
Tanto Francesco quanto i suoi frati sono visti essenzialmente come immagini del Cristo crocifisso. Una sequela di Cristo, un prendere la croce che avviene senza titubanze, senza drammi, con tanta semplicità, accogliendo il Signore in una vita essenziale che, seppur piena di sacrifici, non fa mai perdere la gioia, esortando a sorridere e cantare anche nelle difficoltà. Senza cadere in un racconto dolciastro e melenso, i Fioretti pongono attenzione sulla bellezza di una vita semplice e, pur nella proposta di un’austerità che non lascia posto ad alcun compromesso, la polemica non sembra prevalere. Come scrisse Arrigo Levasti, «lo scrittore, o gli scrittori, possedevano un’anima candida e beata, senza la curiosità di addentrarsi nella psicologia religiosa, senza la volontà di dirci quello che, per conto loro, provarono. Aderirono con slancio ed amore alla vita di san Francesco e de’ suoi discepoli, e da tale spontanea adesione nacque quella poesia ingenua e fresca, che, insieme a profondo senso religioso, ha consolato e consola milioni su milioni di uomini». Sulla stessa lunghezza d’onda si pone Daniele Solvi, per il quale «elemento più caratteristico» dei Fioretti «è proprio questa assenza del male». E forse è proprio questa la ragione del fascino inossidabile di cui godono.

 Senza titubanze

La realtà di molti episodi è naturalmente amplificata, anche se per parecchi di essi non si può negare un nucleo originale più antico (per quanto, di per sé, ciò non voglia dire che il fatto sia sostanzialmente autentico): è il caso, ad esempio, di un fioretto fra i più noti – e certo tra i più fantastici –, quello del cosiddetto “lupo di Gubbio”, del quale si possono comunque rintracciare memorie più arcaiche.
Nei Fioretti, come si diceva, la sequela di Cristo si compie senza titubanze, e ogni cosa è semplice, anche la santità: una visione in netta controtendenza rispetto alle abitudini contratte da quanti oggi vivono nel ricco mondo occidentale, dove l’incomunicabilità è di casa e chi ha tutto è facile all’insoddisfazione, non è mai contento di niente; un mondo nel quale cresce la difficoltà a saper dare un senso alla vita, ma anche l’insicurezza e la fragilità, l’angoscia e la paura del domani; un mondo ormai in declino, nel quale stiamo assistendo, inerti, alla distruzione del diritto internazionale e di quello umanitario, al punto da dover temere che alla forza del diritto si voglia sostituire il diritto della forza. Perché, allora, non darsi da fare per render la vita più semplice ed essenziale? Per questi, e per tanti altri motivi ancora, leggere i Fioretti non potrebbe che farci del bene… 

Mons. Felice Accrocca è il nuovo vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno; siamo certi che metterà il suo amore e la sua grande competenza francescana a servizio dell’evangelizzazione iniziando da quest’anno, ottavo centenario della morte e anno giubilare di san Francesco. Augurandogli ogni bene, speriamo che don Felice troverà ancora il tempo per collaborare con la nostra rivista e con il Festival Francescano.