«Allora, che cosa c’è sul menù di oggi?». Maura interroga il cerchio dei partecipanti e il suo sguardo birichino ci scruta attento: «L’ingrediente di oggi è…Beh, ne parliamo dopo, perché prima vorrei che ascoltaste una canzone».
a cura della Caritas Diocesana di Bologna
LIBERI, POVERI E BELLI
La leggerezza dei cercatori di Dio
IL TE DELLE TRE
Mentre tutti restiamo un po’ sospesi, prigionieri della nostra curiosità, dal cellulare di Maura si diffonde nello spazio del cerchio una voce stentorea,
che lì per lì ci fa balzare sulla sedia: «Vorrei essere libero! Libero come un uomo!». E poi il testo accelera ritmo: «Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia. Che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà». La melodia si placa poi nel ritornello «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un'opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Dai sorrisi che mi fioriscono intorno, capisco che la voce di Giorgio Gaber ha, ancora una volta, fatto breccia nelle nostre menti e nei nostri cuori.
«Vedo che avete riconosciuto la voce del grande Gaber. Questa è una sua canzone del 1972, modernissima direi. Dunque avete anche capito il tema di oggi che è… la povertà!» Maura sorride soddisfatta mentre sguardi interrogativi si incrociano nel cerchio. Qualcuno al mio fianco chiede al vicino: «Ma ha detto: libertà o povertà?».
Contenta di aver smosso l’attenzione, Maura aspetta ancora un attimo e poi spiega: «Sì, sì avete capito bene, il tema di oggi è “la povertà”. Avete ragione a stupirvi perché sembra che il tema della povertà sia proprio il contrario rispetto a quello della libertà. Eppure per san Francesco le due cose si sovrappongono! Forse ricorderete l’episodio in cui il santo di Assisi si spoglia in piazza davanti al vescovo della città e a suo padre al quale, con questo gesto pubblico, restituisce ogni cosa, a partire dai suoi bei vestiti. È un atto solenne, dirompente nella sua semplicità e disobbedienza. Francesco rinuncia a tutto: al suo status, alle ricchezze e ai privilegi, ad un futuro di sicuro successo e all’appoggio della famiglia, ma allo stesso tempo si libera per sempre dai vincoli di ruolo, dalle aspettative dei genitori e da tutto ciò che, essendo materiale, percepiva come un ingombro nella sua ricerca di Dio». Maura prende fiato, ci guarda e continua: «Allora ecco il tema di oggi: riesco oggi, sono riuscito nella mia esperienza, a liberarmi dai pesi che mi tengono piegata e così mi impediscono di vedere la vita com’è davvero intorno a me? Vi propongo tre icone che mi venivano in mente proprio pensando al concetto di povertà come libertà. La prima è Giuseppe, il babbo di Gesù: scopre che Maria è incinta, ma riesce a liberarsi dai diritti che gli dà la legge, si toglie di dosso anche i legami della ragione e sceglie Maria, la vita. La seconda icona è rappresentata dai Magi: questi sono degli scienziati, sapienti e colti, eppure sanno liberarsi dalle rigidità della loro conoscenza acquisita per mollare tutto e seguire una stella, potremmo definirla un’intuizione, che li introdurrà al Mistero. Infine la terza icona sono i pastori. Questa era gente povera, poverissima. Non solo poveri materiali, ma spesso anche poveri di strumenti, fra loro probabilmente c’era anche qualche delinquente. Gente ai margini dunque. Tuttavia, nella loro ignoranza, erano liberi da ogni aspettativa sul Messia che sarebbe dovuto arrivare e così in un evento normalissimo come una nascita sono stati liberi di riconoscere qualcosa di straordinario. Quale di queste icone ci attira di più? Perché?».
«Delle tre icone, resto affascinata dai magi» riflette Pina. «Mi colpisce che, senza farsi troppe domande, partano subito, si buttino fiduciosi in una nuova avventura… addirittura portando doni! Questo loro esplorare mi fa pensare: anche rimuginare troppo ci fa perdere la libertà. Il bisogno di avere tutto sotto controllo è un freno che ci sottrae occasioni. Lo so per esperienza! Però penso anche che recuperare spontaneità, liberandosi dalle etichette e dal giudizio altrui abbia un costo: significa uscire da una situazione di comfort, nella quale ci sentiamo protetti. Quindi mettersi in gioco rende liberi, sì, ma anche più poveri in effetti».
«C’è stato un momento della mia vita» comincia Carla «in cui ero circondata da tante persone che in realtà sentivo come un peso perché non combinavano affatto con i miei pensieri. Poi per fortuna ho realizzato che dovevo lasciarli andare. Dopo non mi sono sentita più povera, ma più serena! Ho capito così che scegliere chi ascoltare è fondamentale per vivere bene».
«Tutte queste icone hanno in comune una cosa» sottolinea Maurizio «non giudicano nessuno. Non giudicare e non pretendere dagli altri è ciò che garantisce davvero la nostra libertà! L’abitudine ad etichettare è forse il peso più grande, ti spezza la schiena e ti impedisce di vedere la realtà com’è davvero!».«Evviva Caterina Caselli!» butta lì Biagio ridendo e poi si fa serio. «Scherzi a parte, i giudizi sono davvero terribili. Ho in mente quei poveri genitori che si sono impiccati per le parole della gente sui comportamenti del figlio. Sparlando, si uccide davvero. Che poi parlare giudicando significa scaricare sugli altri qualcosa di nostro…Purtroppo oggi la menzogna e più accettata e diffusa della verità e le piattaforme social danno eco a questa stupidità. Anche l’informazione debordante è un peso da portare. Dovremmo liberarci dai cellulari, per non essere schiavi, altroché!».
«Io ho lavorato per tutta la vita» dice Margherita con un bel sorriso. «Ho lavorato duro, ho raggiunto tanti traguardi e ho avuto successo. Ma per me è sempre stato un gran peso voler tenere tutto sotto controllo, decidere e gestire tutto. Ora sono in pensione. In questo tempo di maturità, mi sono accorta che anche gli obiettivi che ti dai possono essere un peso, se li vivi come un modo esclusivo per realizzarti. Libertà è lasciar andare le cose e, per fortuna, l’età ti insegna a farlo, se non ti ribelli».
«Quello che mi riprometto di fare io» interviene Lidia timidamente «è liberarmi dalle aspettative. Vorrei prendere semplicemente quello che la vita mi offre, oggi e qui, pensando che – se una cosa arriva ora, buona o cattiva che sia – ha un suo perché ed io vorrei scoprirlo. Sono certa che, se mi libero dalle aspettative su di me e sugli altri, vedrò meglio la realtà che mi abita e mi circonda».
«Tempo fa ho conosciuto una persona, era diversissima da me» confida Sara. «Era bravissima nel capire gli altri, ma poi godeva nel farli incontrare e litigare fra loro. Ricordo che non riuscivo a comprenderla, proprio nel senso letterale di “prenderla dentro di me”. La rifiutavo, ma provavo comunque una rabbia enorme, ci soffrivo. Ad un certo punto mi sono fatta aiutare ad avere uno sguardo più ampio e - piano piano - ho compreso come quel suo modo di fare toccasse delle mie ferite e mi sono conosciuta meglio. Solo allora ho riconosciuto la sua di povertà: era una persona schiava del suo agire, non riusciva nemmeno ad immaginare una maniera differente di vivere con gli altri, mentre io mi ero liberata. Oggi provo gratitudine, perché, grazie a lei, ho capito meglio chi sono e mi sono arricchita».
«Vi volevo ringraziare tanto» si fa avanti Serena, gli occhi azzurrissimi e i capelli candidi. «Ho sentito tante belle riflessioni oggi. Sono rimasta vedova qualche mese fa e come moglie fatico a ripartire. La mia casa è diventata la mia tana: vorrei restarci come in letargo. Ma sono anche una mamma e sento il peso delle aspettative dei miei figli che, ormai grandi, vogliono che io reagisca, che sia forte. Non so cosa dovrei fare, se ascoltare il mio dolore o le loro aspettative, ma so che oggi sarei voluta restare a casa, poi però sono uscita e son venuta qui. Ed ecco: parlare mi fa bene! Voi mi avete fatto bene!».
Negli occhi lucidi di Serena scorgo un riflesso di meraviglia, di forza e di pace. Guardo meglio in quella lucentezza e capisco. Brilla in lei una nuova consapevolezza: camminare è più leggero quando povertà e libertà si prendono per mano.