La presenza dei poveri non è fatalità ma ingiustizia della quale siamo responsabili: la povertà ha sempre per madre l’ingiustizia. Epperò in carcere la povertà è figlia della giustizia, quella amministrata. E a sua volta il carcere è figlio della povertà. Fino a rischiare il delinearsi della povertà come reato di fatto.
a cura della Redazione di “Ne vale la pena”
Meglio giusto piuttosto che povero
(In)giustizia e povertà
DIETRO LE SBARRE
È stata tua la colpa
La povertà ci gira intorno, la vediamo, ne sentiamo parlare e, come un mostro, ci fa paura.
Perché si nasce poveri? Perché si diventa poveri? Perché non conosciamo davvero la povertà? Forse il destino di ognuno di noi decide il luogo dove nasciamo. Ci sono bambini nel mondo che muoiono di fame e non hanno acqua potabile: è questa la povertà che diventa mostro.
Se Gesù tornasse, non dovrebbe moltiplicare pane e pesci per gli affamati nei nostri tempi; basterebbe recuperare tutto il cibo che giornalmente si butta e donarlo nei luoghi dove l’uomo ha condannato i poveri alla sofferenza. La povertà ha preso un pezzo del nostro cuore: la vediamo e l’ascoltiamo, ma non riusciamo neanche più a pregare per sconfiggerla.Un giorno lontano della mia vita, una mattina mi sono svegliato e mi sono sentito povero. Non ho più trovato la mia mamma, morta di tumore con grande sofferenza, e questa morte ha spaccato a metà la mia anima, sprofondata all’inferno in cerca di vendetta. Non avevo più la mia ragazza Enrica, che da otto anni frequentavo e con cui avevo in progetto di sposarmi; non avevo più la mia casa, che mi è stata tolta ingiustamente, dove ho vissuto i miei primi quarant’anni.
Poi un giorno ho deciso di partire con la signora Luisa, che abitava con me e faceva le pulizie di casa. L’ho accompagnata nel suo paese, Santo Domingo, da cui mancava da dieci anni e non vedeva i suoi familiari: volevo vedere la povertà in faccia. Appena arrivati all’aeroporto è arrivato suo figlio Kikì a prenderci con un’auto molto vecchia per portarci nella sua casa. La prima cosa che ho notato è che nell’auto c’erano buchi da cui si vedeva l’asfalto della strada; la radio era a un volume da discoteca, si sentiva musica latina e quando parlavamo dovevo urlare per farmi sentire. Allora ho chiesto a Luisa: «Puoi abbassare un po’ il volume della radio?». Lei mi ha risposto: «No, Loris, questo è il nostro volume: la musica entra nel nostro cuore». Tutti erano felici. Poi siamo arrivati a casa, in un quartiere con tante baracche: mi sembrava di stare in un accampamento dopo un terremoto. C’era un caldo tropicale. Luisa mi ha chiesto se mi piaceva il posto, altrimenti mi avrebbe accompagnato all’albergo che era a trentanove chilometri da lì.
«No, Luisa, voglio stare con voi, qui mi sento in famiglia». Nella baracca non c’era il pavimento, era fatto di terra; la luce non c’era e si accendevano le candele; il bagno era una fossa all’esterno. Stavo vivendo un’esperienza che avrebbe cambiato la mia vita.
Dopo poco è arrivata un’auto con casse giganti nel portapacchi e caraffe di birra fredda. Tutti iniziano a ballare e bere all’aperto. Quando ballavano e cantavano ho osservato che il loro sguardo era verso il cielo, come fosse diretto al Signore il loro grido di sofferenza e di speranza. Queste persone erano povere ma ballavano felici. La loro ricchezza era spirituale, in cerca di un miracolo che possa cambiare la loro vita. Poi ho iniziato a ballare anche io con loro. Non mi sono sentito povero, ma amato. Grazie a tutte le persone ricche di cuore.
Dip
Non è un resort
La povertà è un fattore che non dovrebbe esistere in uno Stato che pretende di avere servizi di “welfare”, ma purtroppo non è così. Dalla mia esperienza ho visto persone finire in carcere per furti nei supermercati o per aver raccolto spicci nelle fontane. È vergognoso che in un Paese “civile” qualcuno debba commettere reati perché privo di alternative e dei requisiti per accedere a un lavoro. Nel sistema capitalistico servono titoli e soprattutto esperienza che non si può acquisire se non ti viene data la possibilità di lavorare.
Esistono mense e Caritas, ma non tutti vengono informati o riescono a raggiungerle. È facile per chi ha condizioni favorevoli giudicare queste persone come fannulloni che non hanno voglia di “guadagnarsi il pane”. Occorre che la politica prenda in carico queste persone, offrendo percorsi di studio e un posto letto fino a quando non potranno trovare un’abitazione. Anche affittare una casa è difficile: spesso si richiede un contratto di lavoro a tempo indeterminato e il pagamento anticipato di più mensilità. Perciò molti affrontano l’inverno dormendo nelle stazioni, dalle quali vengono allontanati. A quel punto cercano riparo in auto lasciate aperte e, se scoperti, vengono denunciati e arrestati. Processati per direttissima, finiscono in carcere senza poter contare su una difesa adeguata.
Il carcere non è un resort, ma un luogo dove il necessario costa più che fuori. I detenuti privi di qualsiasi sostegno esterno non riescono a garantirsi neppure cibo dignitoso, igiene o vestiti. Spesso l’unica risposta al loro disagio è una pesante terapia farmacologica che spegne ogni prospettiva. Una volta scarcerati, tornano in strada e il ciclo ricomincia. Ovviamente non tutte le persone che vivono situazioni di indigenza delinquono, eppure è certo che la povertà favorisce tanto l’aumento dei reati, quanto le possibilità di condurre una vita onesta si restringono drammaticamente.
Purtroppo la politica continua a non affrontare questa gravissima problematica che coinvolge una parte significativa dei detenuti e, invece di investire in educatori e percorsi di reinserimento, preferisce destinare risorse al rafforzamento dell’apparato repressivo. Eppure aiutare queste persone non significherebbe soltanto cambiare le loro vite, ma incidere concretamente su tossicodipendenza, microcriminalità e sovraffollamento carcerario. Se al sovraffollamento si risponde edificando altre carceri invece di garantire casa e lavoro dignitoso, si sceglie di reprimere anziché prevenire. In una società così, l’apocalisse non è una provocazione retorica, ma il segno di un’umanità che ha smarrito il senso della propria responsabilità.
Marco Lolli
Beati i poveri
Beati i poveri, perché di essi è il regno divino
abbiamo letto anche di questo destino.
Beati i poveri che nulla hanno
ma che con quel poco, molto fanno.
Beati i poveri delle patrie galere
che a testa alta affrontano fiere.
Non i disonesti o lestofanti
sempre pronti a far furfanti.
Ma beati i poveri buoni, i puri d’animo
sempre che ancora amino.
Beati coloro che poveri di tutto
vanno avanti anche col cuore distrutto.
Beati coloro che aiutano il prossimo loro
e che di ciò fanno tesoro.
Beati i poveri buoni o cattivi
affinché comunque si sentano vivi.
Beati i poveri delle patrie galere
affinché rimangano persone fiere.
La povertà che unisce chi la patisc
quella che non fa rumore
ma genera rispetto e ancora amore.
L’unica povertà non consentita
è quella verso la vita.
La povertà di chi pur sopportandola la combatte
la povertà d’animo
quella che affligge e ferisce,
la povertà che annichilisce
e i cuori inaridisce.
La povertà è sicuramente rilevante
ma se non ti attanaglia cuore e mente
non pone limiti a niente.
Seppur a volte questa vita sia dura
almeno ci sia concesso di affrontarla con l’anima pura
e senza paura, col cuore lindo
mentre dietro di noi si chiude il blindo.
Piombo